Il paziente di Castelvetrano risponde alle cronache: "Quella foto l'ho voluta io"
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Redazione Salute
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A prendere la parola, direttamente, è il diretto interessato. L'uomo che, lo scorso 20 agosto, è stato sottoposto al complesso intervento di angioplastica coronarica con supporto ventricolare percutaneo (Impella) presso l'ospedale "Vittorio Emanuele II" di Castelvetrano, ha rotto il silenzio per mettere fine a quello che lui stesso definisce un "valzer" di articoli.
Una vicenda, quella legata alla cronaca sanitaria, che ha visto alternarsi titoli entusiasti, resoconti più cauti e, infine, un pezzo che il paziente giudica apertamente denigratorio; un'evoluzione narrativa che lo ha portato a scrivere una lettera alla redazione del quotidiano online TP24 per rivendicare con fermezza un dettaglio apparentemente secondario, ma che per lui ha un peso specifico enorme: la scelta di divulgare la propria immagine.
La lettera di un protagonista involontario
Nella sua e-mail, il paziente si sofferma con precisione su un punto che gli sta particolarmente a cuore, smentendo implicitamente ogni possibile ricostruzione che potesse far pensare a una strumentalizzazione del caso clinico. "Quella foto l'ho voluta io", scrive, riferendosi probabilmente allo scatto che ritrae il personale medico durante la procedura o che documenta il momento successivo all'intervento, utilizzato per corredare le notizie relative all'attività dell'emodinamica.
Una precisazione che arriva a pochi giorni di distanza dall'operazione, un intervento ad alto rischio reso possibile dall'utilizzo della tecnologia Impella, un sistema di assistenza ventricolare che sostiene temporaneamente la funzione di pompa del cuore, e che ha messo in luce la capacità della struttura castelvetranese di affrontare patologie coronariche di estrema complessità, come la grave coronaropatia multivasale associata a severa disfunzione ventricolare sinistra.
Il "valzer" mediatico e la percezione del paziente
Il paziente, nella sua missiva, traccia un percorso cronologico piuttosto netto dell'evoluzione della copertura mediatica riservata al suo caso. Il primo articolo, sostiene, presentava un tono positivo e celebrativo dei successi della sala di emodinamica; il secondo, invece, ha mostrato un approccio più tiepido, quasi interlocutorio. Ma è il terzo e ultimo pezzo, a suo avviso, a rappresentare un vero e proprio scivolone deontologico, descritto come "neanche troppo velatamente denigratorio".
Sebbene il paziente non entri nel merito specifico delle parole utilizzate dal giornale, la sua accusa si concentra sull'effetto complessivo dell'opera di informazione, che da resoconto tecnico si sarebbe trasformata in una narrazione capace di ferire la sensibilità del malato, modificando la percezione pubblica di un evento che per lui rimane, prima di tutto, una questione di vita o di morte.
Il contesto dell'intervento e la replica ai toni della cronaca
Al di là della querelle mediatica, la notizia clinica rimane quella di un successo della cardiologia interventistica siciliana. L'ospedale di Castelvetrano, tramite l'Azienda Sanitaria Provinciale di Trapani, aveva già diffuso una nota per rivendicare il potenziamento tecnologico e professionale della propria Emodinamica, sottolineando come l'impiego di dispositivi di ultima generazione come Impella consenta di eseguire in sicurezza angioplastiche altrimenti considerate inoperabili o troppo rischiose.
Tuttavia, la voce del diretto interessato sovverte l'ordine consueto delle fonti: non è più il comunicato stampa istituzionale a fare da contraltare alle critiche, ma la volontà esplicita di un cittadino che si sente usato come pedina narrativa.
Rivendicando la paternità della scelta di mostrare il proprio volto, il paziente tenta di riappropriarsi della storia, restituendo dignità a un racconto che, nel passaggio da una testata all'altra, aveva rischiato di smarrire il suo centro focale, ovvero la persona che ha vissuto sulla propria pelle il rischio dell'intervento e la speranza riposta nella tecnologia.
La chirurgia ad alto rischio e il tema del consenso informato
La vicenda solleva, seppur indirettamente, un tema etico delicato che va oltre la semplice cronaca di un intervento riuscito. La questione dell'uso delle immagini in ambito sanitario, specialmente quando si tratta di procedure altamente complesse, è da sempre un campo minato per le aziende ospedaliere, costrette a bilanciare il dovere di divulgazione scientifica con la tutela della privacy e della dignità del paziente.
La precisazione contenuta nella lettera di risposta (quella firmata dal malato) appare quindi come un atto dovuto, quasi un monito rivolto non solo al giornale in questione, ma a tutto il sistema dell'informazione medica: è il paziente, e solo lui, a detenere il diritto di autorizzare o meno la diffusione della propria immagine, soprattutto quando questa viene associata a uno stato di fragilità fisica.
La scelta di intervenire pubblicamente, in questo caso, ha il merito di ricollocare al centro del dibattito il consenso informato, un atto che non si esaurisce nella firma di un modulo prima dell'operazione, ma che si estende fino a comprendere la narrazione successiva dell'evento traumatico.
L'evoluzione della comunicazione in sanità
A rifletterci bene, la lettera del paziente castelvetranese fotografa con crudezza una contraddizione tipica della comunicazione sanitaria contemporanea. Da un lato, le aziende ospedaliere sono sempre più spinte a utilizzare i successi clinici come strumento di marketing territoriale, per dimostrare l'efficienza delle proprie strutture e attrarre pazienti o finanziamenti. Dall'altro, però, il protagonista di questi successi rischia di essere trasformato in un semplice oggetto del racconto, un "caso" da esibire, piuttosto che un soggetto da ascoltare.
Il paziente che scrive a TP24, in questo senso, compie un atto di resistenza culturale: rivendicando la scelta della foto, egli non solo smentisce eventuali insinuazioni, ma rivendica anche il proprio ruolo attivo nel processo comunicativo. Vuole essere visto, ma a patto che la narrazione rispetti la sua verità e la sua vulnerabilità, e che non si trasformi in un pretesto per una sterile polemica tra redazioni o per un'esaltazione tecnocratica fine a sé stessa.
Una lezione, questa, che forse molti giornalisti farebbero bene a tenere a mente prima di trasformare il dolore e la speranza di un uomo in un semplice titolo a effetto.
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