Gino Cecchettin: "L'educazione affettiva a scuola non è un pericolo, è una protezione"
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Redazione Interno
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In un'aula parlamentare, a due anni esatti dalla tragica scomparsa della figlia Giulia, Gino Cecchettin ha trasformato il proprio dolore in un appello lucido e strutturato, indirizzando il suo messaggio ai membri della Commissione di inchiesta sul femminicidio. La sua voce, carica di quella consapevolezza maturata attraverso una perdita inenarrabile, ha smontato con pazienza e determinazione quelle obiezioni che spesso circondano l'introduzione dell'educazione affettiva nei programmi scolastici. "So bene che ci sono paure, resistenze e incomprensioni", ha ammesso, per poi aggiungere, con una chiarezza che non ammette repliche, "ma vi assicuro che l'educazione affettiva non è un pericolo; è una protezione". Secondo le sue parole, quel tipo di insegnamento, lungi dall'essere una minaccia, non toglie nulla a nessuno ma, al contrario, arricchisce tutti, fornendo gli strumenti fondamentali per sviluppare consapevolezza, rispetto e una più profonda umanità.
La violenza come fenomeno strutturale e il ruolo della scuola
Il suo ragionamento, che va ben oltre il singolo e drammatico episodio, si è concentrato sulla natura sistemica di un problema che definisce non come un'emergenza temporanea ma come un fenomeno strutturale, profondamente radicato nella cultura, nel linguaggio e nei modelli relazionali che la società continua, più o meno inconsapevolmente, a tramandare. In questa prospettiva, la giustizia, per quanto essenziale, arriva sempre in ritardo, intervenendo quando il danno è ormai irreparabile; diventa quindi imperativo spostare l'attenzione sulla prevenzione, unico vero baluardo contro la violenza. È in questo spazio, tra la famiglia e l'istituzione, che la scuola è chiamata a svolgere un compito cruciale: educare al rispetto, all'empatia e alla comprensione reciproca, valori che, se assimilati fin dalla giovane età, possono scardinare gli stereotipi tossici.
Il vuoto che parlano i modelli tossici
Cecchettin ha lanciato un monito preciso riguardo al pericolo rappresentato dal silenzio delle istituzioni formative. Se è la scuola, infatti, a tacere su questi temi fondamentali, a parlare saranno inevitabilmente altri canali, spesso distorti e pericolosi. "Se una scuola tace, parlano i social, parlano i modelli tossici", ha affermato, sottolineando come l'assenza di una guida educativa solida lasci i giovani in balia di influenze esterne che normalizzano dinamiche di possesso e controllo, le stesse che possono poi sfociare in tragedie. Il suo appello, quindi, non è solo una proposta ma una necessità urgente: riempire quel vuoto con un'educazione psicoaffettiva che fornisca anticorpi culturali contro ogni forma di violenza.
La memoria di Giulia e un impegno per il futuro
L'audizione, che si è svolta nel giorno del secondo anniversario del femminicidio di Giulia, ha rappresentato l'ultimo passo di un impegno portato avanti con tenacia dal padre, divenuto presidente della Fondazione intitolata alla figlia. Quel "non devono esserci altre Giulie" non è uno slogan, ma il motore di un'azione concreta che mira a trasformare il lutto in uno strumento di cambiamento sociale. La sua testimonianza, priva di retorica e centrata sui fatti e sulle soluzioni possibili, delinea una strada precisa da percorrere, indicando nell'educazione la leva più potente per costruire relazioni sane e rispettose, unica vera garanzia per un futuro diverso.




