Ucraina boicotterà l'apertura delle Paralimpiadi di Milano-Cortina, la protesta si allarga ad altri paesi

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La cerimonia di apertura dei XIV Giochi paralimpici invernali, in programma il 6 marzo all’Arena di Verona, si preannuncia come un evento teso e politicamente carico, segnato dall’assenza di una delle delegazioni più attese. Il Comitato paralimpico ucraino ha ufficializzato la propria decisione di boicottare l’evento, una scelta di rottura comunicata con una nota ufficiale nella quale si spiega che gli atleti non prenderanno parte alla sfilata e, fatto significativo, è stata inoltrata la richiesta formale affinché la bandiera ucraina non venga esposta durante lo svolgimento della cerimonia -1-5. Alla base della protesta, come si legge nella dichiarazione del comitato, c’è la volontà di non condividere lo stesso palco con i rappresentanti di quei paesi che, secondo la loro posizione, portano avanti un’aggressione militare. La delegazione ucraina, attraverso i propri canali, ha motivato l’indignazione parlando di una “politica sistemica di lealtà” da parte dell’organismo internazionale nei confronti della Russia, accusata di rappresentare una minaccia militare per il continente europeo -5.

La scintilla che ha innescato la reazione di Kiev e di altre capitali europee risiede nella determinazione assunta dal Comitato Paralimpico Internazionale (IPC) di riammettere gli atleti di Russia e Bielorussia con i rispettivi simboli nazionali. Dopo la sospensione seguita all’invasione del 2022 e una parziale riammissione a Parigi 2024 in veste neutrale, per l’edizione di Milano-Cortina il contingente sarà composto da sei atleti russi e quattro bielorussi che gareggeranno sotto la propria bandiera e ascolteranno il proprio inno nazionale in caso di vittoria, esattamente come qualsiasi altra delegazione -2-6. Una scelta che segna una netta discontinuità non solo rispetto al recente passato ma anche rispetto alle Olimpiadi invernali in corso, dove gli stessi atleti sono ancora costretti a competere come “Atleti Individuali Neutrali” -8. La partecipazione di Alexey Bugaev, pluricampione russo nello sci alpino, è già stata confermata, così come quella dei bielorussi specializzati nello sci di fondo -2.

L’onda del boicottaggio e le reazioni istituzionali

Alla protesta ucraina si sono rapidamente aggregate altre realtà. I comitati paralimpici di Repubblica Ceca, Estonia e Polonia hanno annunciato che seguiranno l’esempio, disertando la cerimonia veronese -3. Il Comitato ceco, in particolare, ha precisato che i propri rappresentanti non saranno presenti all’inaugurazione, non avranno un portabandiera a Cortina e si asterranno dal produrre quei messaggi video che solitamente accompagnano l’evento. Una presa di posizione corale, quella di questi paesi, che arriva a sostegno della delegazione ucraina e contro una decisione dell’IPC giudicata inaccettabile in piena guerra. Anche la Commissione Europea, per bocca del commissario allo Sport Glenn Micallef, ha fatto sapere che non parteciperà alla cerimonia, definendo “inaccettabile” la scelta di permettere a Russia e Bielorussia di gareggiare con i propri simboli mentre prosegue l’aggressione all’Ucraina -4-7.

Dall’Italia, intanto, arrivano voci discordanti che riflettono la complessità della situazione. Il vicepremier Matteo Salvini, intervenendo in una trasmissione televisiva, ha criticato apertamente la scelta di Kiev, sostenendo che lo sport debba unire e non dividere e annunciando la sua personale presenza alla cerimonia -9. Gli organizzatori, dal canto loro, cercano di mantenere le distanze dalle implicazioni politiche della vicenda. Il presidente della Fondazione Milano Cortina 2026, Giovanni Malagò, ha ricordato come l’IPC sia un ente autonomo e come la decisione, presa durante un’assemblea in Corea mesi fa, non coinvolga direttamente il comitato organizzatore, il cui compito rimane quello di garantire la buona riuscita dell’evento sul piano logistico e sportivo -8.

Il peso del diritto sportivo e la divergenza con il CIO

La possibilità per i dieci atleti di gareggiare sotto le proprie bandiere non è frutto di una mera scelta discrezionale dell’IPC, ma affonda le radici in un iter giudiziario e assembleare preciso. La decisione è stata ratificata dall’Assemblea generale dell’IPC lo scorso settembre ed è stata successivamente rafforzata da un ricorso accolto dal Tribunale Arbitrale dello Sport (TAS) di Losanna. Il TAS, pronunciandosi contro la Federazione Internazionale Sci (FIS), ha di fatto obbligato a reintegrare gli atleti russi e bielorussi nelle competizioni di qualificazione, consentendo loro di accumulare i punti necessari per il ranking mondiale e strada facendo per l’accesso ai Giochi -2-8. Un aspetto, questo, che il commissario Micallef non ha mancato di sottolineare, criticando anche la concessione di una sorta di “wild card” a professionisti che non avevano potuto qualificarsi a causa delle precedenti restrizioni -4.

Si viene così a creare una frattura evidente all’interno del panorama olimpico e paralimpico internazionale. Da un lato il CIO, che per la rassegna di febbraio mantiene una linea più prudente, imponendo la neutralità; dall’altro l’IPC che, forse anche in virtù della sua struttura e dei suoi regolamenti, ha scelto un percorso di piena reintegrazione formale. Una divergenza che lascia l’amaro in bocca alla delegazione ucraina, la quale aveva invano chiesto al governo italiano di intervenire per bloccare la partecipazione degli atleti dei paesi aggressori -8. Con il moltiplicarsi dei boicottaggi, l’ombra della politica si allunga sull’evento sportivo, sollevando interrogativi sullo spirito stesso della competizione e sulla reale possibilità di separare lo sport dai conflitti in corso.

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