Il principe Harry: «Quando morì mia madre, pensai di non volere questo ruolo»
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Non c’è stata quasi occasione, nei quattro giorni del tour australiano, in cui il duca e la duchessa di Sussex non abbiano finito per rubare la scena – fosse pure a se stessi – con dichiarazioni che, seppur incorniciate da iniziative benefiche, hanno puntualmente riacceso i riflettori sui contrasti mai sopiti con la corte di Londra. Ora che la breve visita si è conclusa, a Buckingham Palace possono tirare un respiro di sollievo, benché temporaneo: i prossimi mal di testa sono già all’orizzonte. A fare il giro del mondo, nelle ultime ore, è stato un passaggio particolarmente intimo del principe Harry, il secondogenito di re Carlo, che a Melbourne, durante l’InterEdge Summit, ha riavvolto il nastro fino all’estate del 1997. «Quando mia madre è morta, poco prima del mio tredicesimo compleanno, ho pensato: non voglio questo lavoro, non voglio questo ruolo». Una confessione a cuore aperto, resa ancor più struggente dal ricordo di lady Diana, scomparsa in un incidente automobilistico a Parigi quando lui aveva appena dodici anni.
«Nessun giudizio, nessun dito puntato»: Harry e il difficile rapporto con l’eredità reale
A parlare non è stato però solo il dolore di un ragazzino che si vede sprofondare il mondo addosso. Harry ha voluto allargare lo sguardo alla sua esperienza di padre e di uomo, intervenendo a un panel dedicato alla salute mentale maschile. «Non c’è giudizio, non c’è colpa, non si punta il dito. La realtà è che – qualunque sia il tuo modo di fare il genitore – è un’esperienza personale, e vorrai sempre migliorarla», ha detto il fratello minore del principe William. Raro, per lui, tornare con tanta schiettezza sull’infanzia trascorsa a Kensington Palace e sul peso di quelle aspettative che, già prima dell’adolescenza, gli sembravano una gabbia. Ha parlato di anni di pressione e impotenza, ammettendo: «Ci sono stati momenti in cui mi sono sentito perso, tradito o completamente impotente. Momenti in cui la pressione – esterna e interna – sembrava continua».
Un tour breve ma denso, tra Canberra e Sydney, e l’ombra lunga di lady Diana
Il viaggio in Australia dei Sussex, seppur concentrato in soli quattro giorni, li ha visti attraversare il Paese da Canberra a Sydney, toccando tappe istituzionali e incontri con associazioni locali. La sosta a Melbourne, il 16 aprile, ha però finito per catalizzare l’attenzione mediatica ben oltre i confini del continente. Non è la prima volta che Harry utilizza un palco pubblico per riannodare i fili di un’eredità familiare complicata, e neppure la prima in cui il ricordo di Diana diventa la chiave per spiegare le sue scelte più radicali: dall’abbandono dei doveri reali al trasferimento in California, passando per le interviste che hanno scosso le fondamenta della monarchia. Stavolta, però, non c’è stata alcuna bordata diretta contro il padre o il fratello. Semmai, una riflessione più sfumata sul concetto di “ruolo” ereditato, subìto e infine rifiutato.
Pressioni interne e impotenza: il racconto di un principe che disse «no» ai doveri di corte
«Non volevo questo ruolo»: la frase, ripetuta con intensità crescente durante l’incontro, ha riassunto in poche parole un conflitto interiore che Harry non ha mai smesso di raccontare, dai tempi del memorabile colloquio con Oprah Winfrey fino alle memorie pubblicate lo scorso anno. Ciò che emerge dal discorso di Melbourne non è tanto una nuova rivelazione – la riluttanza verso il protocollo reale era nota – quanto la persistenza di quella sensazione di smarrimento, mai del tutto elaborata nonostante la distanza geografica e affettiva da Londra. «Mi sono sentito tradito», ha aggiunto senza mai specificare da chi, lasciando che fosse il silenzio a fare da contrappunto a parole pesanti come macigni. E in quella pausa, l’ombra di lady Diana è tornata a farsi più nitida: una madre perduta troppo presto, la cui assenza ha finito per orientare ogni scelta successiva, compresa quella di allontanarsi da un sistema che, a suo dire, l’aveva inghiottita.




