L’intelligenza artificiale tra opportunità di lavoro e rischi per il sistema pensionistico
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Redazione Economia
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L’impatto dell’intelligenza artificiale sul mercato del lavoro, un tema che ormai anima il dibattito pubblico con accenti talvolta apocalittici e talvolta eccessivamente entusiasti, trova nelle parole di esperti e rappresentanti sindacali una rappresentazione più sfumata. Se da un lato i timori per la sostituzione dell’uomo dalla macchina sono comprensibili – basti pensare ai recenti annunci di colossi bancari come Abn Amro che prevedono il taglio di migliaia di posti di lavoro entro il 2028 proprio in virtù dell’automazione dei processi di back office e dei controlli normativi -1 – dall’altro emerge una visione che, come sottolinea una nota esperta del settore, vede in questa transizione anche un’opportunità storica. Si tratta, per citare le parole di Knecht, di uno strumento “accessibile a tutte” che non richiede un addestramento lungo e complesso, un elemento che potrebbe rivelarsi particolarmente inclusivo, soprattutto per quelle fasce della popolazione, come le donne, che potrebbero imparare a utilizzarlo per migliorare le proprie attività lavorative o imprenditoriali. Una prospettiva, questa, che rilancia il concetto di parità attraverso la tecnologia, un aspetto spesso offuscato dalla narrazione predominante incentrata sulla distruzione dei posti di lavoro.
Le cifre, in questo contesto di profonda trasformazione, iniziano a delineare scenari inediti anche per il tessuto economico italiano. Una recente indagine della Fondazione Randstad ha quantificato in circa 10,5 milioni i lavoratori italiani “altamente esposti” ai rischi dell’automazione, un numero impressionante che riguarda soprattutto artigiani, operai e impiegati d’ufficio, sebbene l’analisi riveli come le donne e le persone con bassa scolarizzazione siano più vulnerabili rispetto ad altre categorie. Questo dato, che potrebbe suggerire un’imminente emorragia occupazionale, va però letto alla luce di un’altra considerazione: la stessa fonte riconosce come l’intelligenza artificiale stia creando nuove opportunità di lavoro specializzato, dai data scientist agli ingegneri di machine learning, e potrebbe addirittura contribuire a colmare il vuoto lasciato dal calo demografico, stimato in circa 1,7 milioni di lavoratori in meno entro il 2030. Non si tratta quindi solo di una sostituzione, ma di una vera e propria riqualificazione delle competenze, dove le hard skill legate all’alfabetizzazione digitale si affiancano – e forse si scontrano – con quelle soft skill intrinsecamente umane come il pensiero critico, la creatività e l’empatia, che diventano il vero baluardo contro l’obsolescenza professionale.
Il nodo pensionistico e la sostenibilità del sistema
La lettera di un cittadino, che si interrogava sul destino del sistema pensionistico in uno scenario di forza lavoro dimezzata dall’automazione, tocca un nervo scoperto che le istituzioni stanno iniziando a esplorare con attenzione. Se oggi il sistema regge, come ha sottolineato il presidente dell’Inps, Gabriele Fava, grazie a una fase di stabilità e a un incremento dei contributi del 6 per cento, la prospettiva futura impone riflessioni profonde. La vera sfida, come evidenziato anche dal ministro del Lavoro, Marina Calderone, non è tanto l’automazione in sé, ma la sua capacità di rispondere a problemi strutturali preesistenti, come la mancanza di manodopera in alcuni settori e la necessità di superare i conflitti tra generazioni. La sostenibilità del sistema previdenziale, insomma, non è un dato statico ma il risultato di un equilibrio dinamico che dipende dalla qualità dell’occupazione e dalla capacità di adattamento della forza lavoro.
In questo senso, la risposta alla preoccupazione del lettore potrebbe risiedere proprio nella capacità delle istituzioni di governare il cambiamento. L’istituto guidato da Fava, ad esempio, sta già implementando oltre settanta progetti di intelligenza artificiale, molti dei quali finalizzati a semplificare il rapporto con i cittadini e a rendere più trasparente la storia contributiva, specialmente per i giovani. Un’operazione culturale, quella della previdenza, che tenta di rendere comprensibile un sistema complesso per incentivare la previdenza integrativa, un pilastro ritenuto ormai decisivo per garantire assegni dignitosi alle nuove generazioni che entreranno nel mercato del lavoro con carriere sempre più frammentate. L’obiettivo dichiarato è quello di non limitarsi a subire l’impatto della tecnologia, ma di utilizzarla per rafforzare il patto intergenerazionale, trasformando una potenziale minaccia – il calo della popolazione attiva – in un’opportunità per ripensare il modello stesso di welfare.
La dimensione umana e il confine con l’artificiale
Mentre il dibattito economico si concentra su numeri e produttività, un’altra riflessione, forse più intima, riguarda il rapporto dell’individuo con la tecnologia, soprattutto nei settori ad alta intensità relazionale. L’intervista alla psicologa Francesca Cavedoni, pubblicata dal nostro giornale, solleva quesiti fondamentali sulla possibile sostituzione di professioni come la sua da parte di chatbot o algoritmi. E la risposta, che arriva anche da studi internazionali, sembra essere netta: nonostante la sofisticazione dei modelli di linguaggio, la relazione terapeutica – quel legame autentico basato su empatia, co-regolazione emotiva e comprensione profonda del contesto di vita – resta un territorio inesplorabile per una macchina.
In quest’ottica, gli strumenti di intelligenza artificiale, come i chatbot per il supporto emotivo o i sistemi di analisi dei dati in ambito sanitario, non vengono più visti come rivali ma come potenziali alleati. Possono fungere da primo filtro, da strumento di educazione emotiva o da supporto tra una seduta e l’altra, ma il cuore della professione rimane saldamente in mano umana. Questo principio, che vale per la psicologia, si estende ad altri ambiti: nella scuola, l’insegnante avrà a disposizione tutor digitali per personalizzare l’apprendimento; nella medicina, l’analisi delle radiografie sarà affidata agli algoritmi, ma sarà il medico a interpretare il referto e a comunicare con il paziente. È in questo equilibrio, che prevede la delega dei compiti ripetitivi e prevedibili alla macchina e la concentrazione dell’uomo su ciò che richiede creatività, giudizio e relazione, che si gioca il futuro del lavoro.




