Caro benzina, il diesel vola ai massimi da quattro anni e il governo studia misure compensative mentre Salvini convoca le compagnie a Milano
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Redazione Economia
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La spirale dei prezzi dei carburanti, alimentata dalle rinnovate tensioni geopolitiche in Medio Oriente e in particolare dall’escalation del conflitto che ha coinvolto direttamente l’Iran, sta mettendo a dura prova le tasche degli automobilisti italiani e l’intero sistema dei trasporti. Il gasolio, in particolare, ha raggiunto livelli che non si vedevano dal marzo del 2022, ovvero dai giorni in cui il governo guidato allora da Mario Draghi decise di intervenire con un taglio delle accise per arginare la precedente crisi energetica. Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Osservatorio prezzi del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, elaborati anche dalla Staffetta Quotidiana, il prezzo medio nazionale del diesel in modalità self-service lungo la rete stradale si attesta ora a 2,07 euro al litro, mentre la benzina segue a 1,84 euro al litro. Una forbice, quella tra i due carburanti, che inverte una tendenza storica e che vede il diesel, tradizionalmente più economico, divenire il vero trascinatore dell’inflazione alla pompa, con punte che in autostrada arrivano a toccare i 2,133 euro al litro per il self-service e a schizzare verso quota 2,385 euro al litro per il servito.
Sono i numeri, crudi e inequivocabili, a fotografare una situazione che ha del paradossale, se si considera che il greggio, pur con le sue fluttuazioni, non giustifica da solo balzi così repentini. L’Unione Nazionale Consumatori, basandosi proprio sui dati ministeriali, ha evidenziato come le soglie psicologiche dei due euro siano state superate in molteplici regioni, con picchi particolarmente elevati in Sicilia, in Valle d’Aosta e nelle province autonome di Trento e Bolzano, dove il diesel ha toccato quota 2,10 euro al litro. A far lievitare il conto finale, spiegano gli analisti, concorrono fattori come il rafforzamento del dollaro sull’euro, che rende più onerosi gli acquisti in valuta americana, e le quotazioni dei prodotti raffinati, la cui dinamica ha subito un’accelerazione nelle ultime settimane. E mentre le associazioni dei consumatori, con il Codacons in prima linea, calcolano che un pieno di gasolio costi oggi circa 17,3 euro in più rispetto al periodo precedente lo scoppio del conflitto in Ucraina, per un aggravio annuo stimato in 415 euro a famiglia, l’esecutivo cerca di tracciare una rotta diversa da quella del passato, escludendo al momento l’ipotesi di un nuovo taglio generalizzato delle accise.
La strategia del governo tra compensazioni e il tavolo in prefettura
All’indomani dell’impennata dei listini, il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha rotto il silenzio annunciando che il governo sta mettendo a punto un pacchetto di interventi, la cui filosofia, come ha tenuto a precisare, sarà improntata alla compensazione piuttosto che all’intervento diretto e indiscriminato sulla componente fiscale. Il ragionamento del ministro, esposto a margine di una conferenza stampa, si articola su più livelli: da un lato, si intende sostenere i ceti meno abbienti, che sono i più esposti agli shock dei prezzi energetici; dall’altro, si vuole intervenire a supporto del sistema dell’autotrasporto, il cui equilibrio è fondamentale per evitare che i rincari si trasferiscano a cascata sui prezzi al dettaglio, innescando quella che Urso ha definito “una spirale inflattiva”. Non solo, perché il ministro ha mostrato preoccupazione anche per le imprese manifatturiere, che potrebbero subire contraccolpi significativi dall’aumento del costo dell’energia elettrica, indirettamente legato a quello degli idrocarburi.
Parallelamente al lavoro tecnico sui provvedimenti da portare in Consiglio dei ministri, si gioca un’altra partita, forse più immediata e di carattere politico, che vede come protagonista il vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini. La sua risposta ai rincari è stata netta e si è concretizzata nella convocazione di un tavolo urgente con le principali compagnie petrolifere, fissato per mercoledì 18 marzo presso la prefettura di Milano. L’incontro, a cui parteciperanno in prima linea i big del settore come Eni, Ip, Tamoil e Q8, ma anche una rappresentanza significativa delle cosiddette “pompe bianche” – tra cui Vega Carburanti, Retitalia, Beyfin e diverse altre realtà – ha l’obiettivo dichiarato di fare chiarezza sulla dinamica dei prezzi e di stoppare sul nascere quelle che il ministro non esita a definire speculazioni.
Le accuse di speculazione e il no alle accise
Il fronte politico-istituzionale, dunque, si muove su due binari paralleli che però sembrano destinati a incrociarsi. Salvini, nelle sue dichiarazioni pubbliche, ha usato parole pesanti, parlando di aumenti “inaccettabili” e ingiustificabili, e ha puntato il dito contro chi, a suo dire, starebbe approfittando della crisi. “Non sopporto gli speculatori”, ha tuonato il vicepremier, sottolineando come l’incremento di cinquantasei centesimi al litro registrato in pochi giorni sul diesel non possa trovare una ragionevole giustificazione nelle tensioni geopolitiche delle ultime due settimane, dal momento che il carburante venduto oggi proviene da scorte acquistate mesi fa a prezzi ben inferiori. Un ragionamento, questo, che sposta l’asse dell’attenzione dalle cause esterne ai comportamenti della filiera, e che apre la porta a possibili interventi fiscalmente più incisivi: lo stesso Salvini ha lasciato intendere che, se le compagnie non dovessero mostrare “buon senso”, il governo sarebbe pronto a intervenire sugli extraprofitti, facendo pagare “il fisco a chi fa il furbo”.
Resta sullo sfondo, ma sempre presente come un fantasma, la questione delle accise. L’ipotesi di un loro taglio, caldeggiata con forza dalle opposizioni e dalle associazioni dei consumatori, è stata al momento accantonata dall’esecutivo. Il precedente del 2022, quando il governo Draghi ridusse il prelievo fiscale con effetti immediati sull’inflazione – che scese dal 6,5% al 6% in un solo mese, generando un risparmio complessivo stimato in circa 4 miliardi di euro per i consumatori – rappresenta un termine di paragone obbligato. Tuttavia, la linea che sembra prevalere a palazzo Chigi è quella della selettività: intervenire solo dove la crisi morde di più, con aiuti mirati, piuttosto che disinnescare una volta di più una leva fiscale che, per quanto odiata, garantisce entrate certe allo Stato. Un orientamento, questo, che dovrà confrontarsi con la durezza dei numeri e con la pressione di un’opinione pubblica che, nel frattempo, continua a fare i conti con i display delle pompe di benzina.




