Eurozona, l’inflazione accelera a luglio: per la Bce settembre resta lo snodo cruciale
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Redazione Economia
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L’inflazione nell’area dell’euro ha ripreso a correre, seppur lievemente, e il dato diffuso da Eurostat per il mese di luglio segna un +2,9% su base annua, contro il 2,8% registrato a giugno. Un incremento che, per quanto contenuto e in linea con le previsioni degli analisti, assume un valore emblematico: la fase di rallentamento della crescita dei prezzi, durata appena il tempo di un respiro, sembra già archiviata.
La spinta principale arriva dal comparto energetico, con un balzo del 10% che riflette il riacutizzarsi delle tensioni geopolitiche in Medio Oriente, dove lo scontro tra Stati Uniti e Iran ha riacceso i timori per la sicurezza delle rotte petrolifere, e di conseguenza ha fatto schizzare il costo del greggio. A questi si aggiungono gli aumenti registrati nei servizi e nell’inflazione di fondo, quella che gli economisti chiamano "core" e che esclude gli alimentari e l'energia, a testimonianza di una pressione che sta diventando più pervasiva e strutturale.
L’energia torna a fare da traino, ma il quadro è più complesso
Il rialzo dei prezzi del petrolio, determinato dal perdurare delle ostilità in una regione chiave per gli approvvigionamenti mondiali, ha quindi ribaltato in parte le speranze di un raffreddamento duraturo. Non si tratta tuttavia di un fenomeno isolato. L’aumento del costo dei servizi, che sconta il permanere di una domanda robusta in alcuni comparti, e la tenuta dell’inflazione di fondo, che a luglio ha toccato il 5,5%, indicano che il processo di discesa dei prezzi è più accidentato del previsto.
Tanto che l’istituto di statistica europeo, che pubblicherà i dati consolidati il prossimo 19 agosto, lascia già intravedere un quadro in cui l’effetto trascinamento del caro-energia potrebbe non essersi ancora esaurito, con possibili ripercussioni anche sulle rilevazioni di agosto.
La Bce e l’incognita di settembre: tutti gli occhi sul Consiglio direttivo
Per la Banca centrale europea, questo scenario rappresenta un campanello d’allarme che impone di non abbassare la guardia. Christine Lagarde, che già in precedenza aveva messo in guardia sugli effetti ritardati dello shock energetico, vede ora confermate le sue preoccupazioni dai numeri. Il rialzo di luglio, per quanto modesto, riporta l’istituto di Francoforte di fronte a un bivio: la prossima riunione del Consiglio direttivo, in programma a settembre, si profila come un appuntamento decisivo.
Non è escluso che si renda necessario un ulteriore intervento sui tassi, magari con una stretta che vada oltre le attese, per arginare il rischio che le aspettative inflazionistiche si radichino nell’economia. Del resto, la stessa Lagarde aveva sottolineato come l’impatto delle precedenti tensioni sul fronte energetico dovesse ancora manifestarsi pienamente, e i dati di luglio sembrano dare ragione a questa tesi.
I differenziali tra i Paesi e il rischio di una ripresa delle divergenze
Guardando ai singoli Stati membri, emerge un panorama piuttosto variegato, sebbene la tendenza generale sia orientata al rialzo. I Paesi che tradizionalmente risentono maggiormente delle oscillazioni del costo dell’energia, come quelli dell’area baltica o l’Olanda, potrebbero registrare picchi superiori alla media, mentre le economie più solide, come la Germania e la Francia, mostrano una dinamica più moderata ma comunque in accelerazione rispetto ai mesi precedenti. Questa eterogeneità complica il compito della Bce, chiamata a bilanciare esigenze spesso contrastanti all'interno del blocco.
Il dato definitivo che arriverà a metà agosto, integrato con le rilevazioni nazionali, fornirà indicazioni più precise sulle disparità, ma intanto il messaggio che arriva da Bruxelles è inequivocabile: la battaglia contro l’inflazione è tutt’altro che vinta, e il rischio di una ripresa delle divergenze tra le economie dell’eurozona rimane concreto.
Il lieve aumento di luglio non rappresenta quindi uno scossone, ma si inserisce in un contesto di fragilità che rende il futuro prossimo estremamente incerto. Il combinato disposto tra tensioni geopolitiche, rincari energetici e pressioni di fondo sui prezzi dei servizi sta disegnando uno scenario in cui la riduzione del tasso di inflazione verso l'obiettivo del 2% appare più lontana di quanto sperato.
La riunione di settembre si annuncia così come l'occasione in cui la Bce dovrà decidere se alzare ulteriormente il muro dei tassi o concedersi una pausa, in un equilibrio sempre più precario tra la necessità di frenare i prezzi e quella di non soffocare una crescita ormai debole. L’incognita principale resta legata all’evoluzione del conflitto mediorientale e all’andamento del petrolio, fattori che potrebbero ribaltare qualsiasi previsione.
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