Vannacci e i tre moschettieri: primo voto contro sulla fiducia, il centrodestra avvertito
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La maggioranza lo ignora, e Roberto Vannacci sbatte i pugni sul tavolo. Ieri, per la prima volta dalla sua elezione, il gruppo dei tre parlamentari a lui più vicini – Edoardo Ziello, Emanuele Pozzolo e Rossano Sasso – ha rotto gli argini della disciplina di partito, votando contro la fiducia al governo sul decreto Bollette. Un atto che, nell’architettura dei rapporti di forza interni alla coalizione, suona come un vero e proprio avvertimento, il primo segnale tangibile di un fronte interno che l’ex generale, operativo già dalla prima mattina tra i palazzi romani, aveva annunciato con una certa solennità: «Daremo un segnale forte su un provvedimento che non convince».
Un voto di fiducia su un decreto già datato
La Camera dei deputati ha comunque approvato il decreto bollette, un provvedimento pensato per contrastare il caro energia e sostenere famigge e imprese, il cui testo passerà ora al Senato per l’approvazione definitiva, fissata entro il 21 aprile 2026. Eppure, il clima intorno al voto di fiducia – richiesto dall’esecutivo per blindare il provvedimento – è apparso fin da subito carico di tensioni, alimentate dalla natura stessa di alcune misure. Tra queste, spicca il contributo straordinario una tantum da 115 euro, destinato ai titolari del bonus sociale elettrico, ovvero quelle famiglie in condizioni di disagio economico con Isee non superiore a 25mila euro. Un intervento, questo, che secondo i critici arriva in un contesto di mercato profondamente mutato rispetto a quando fu concepito: il decreto porta la data del 18 febbraio, precedente quindi agli ultimi sviluppi del conflitto tra gli Stati Uniti – con Trump ora di nuovo alla Casa Bianca – e l’Iran, un elemento che ne ha già in parte ridisegnato gli scenari geopolitici.
L’inutilità del contributo e il peso dei numeri
A rendere ancora più complessa l’attuazione delle misure, e a giustificare in parte la ribellione interna, sono intervenuti i dati diffusi dall’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (Arera). L’ente, nella sua ultima stima, ha calcolato che nel secondo trimestre del 2026 l’aumento della bolletta elettrica per le cosiddette famiglie «vulnerabili» – quelle che proprio sul bonus sociale avrebbero dovuto trovare un argine – sarà dell’8,1%. Un dato che, di fatto, rischia di erodere gran parte del beneficio economico concesso dal bonus una tantum, rendendolo, secondo le parole dei dissidenti, un provvedimento “inutile” o quantomeno insufficiente a coprire il reale incremento dei costi. Il paradosso, insomma, è che mentre il governo chiedeva la fiducia su un testo definito “urgente”, l’autorità indipendente ne svelava già le crepe strutturali di fronte all’andamento reale del mercato.
Lo stop di Arera sulla vendita del gas di Stato
Ma il vero nodo politico-giudiziario, quello che ha fatto vacillare la compattezza della maggioranza, risiede nell’articolo 9 del decreto, dedicato alle misure urgenti per l’abbattimento del prezzo del gas per le imprese. La norma prevedeva che il Gse e Snam potessero vendere i circa 2,1 miliardi di metri cubi di gas residui, acquistati nel 2022 per far fronte alla crisi energetica conseguente alla guerra in Ucraina, per poi riversare le risorse ottenute nella Csea, la Cassa per i Servizi Energetici e Ambientali. Un meccanismo pensato per alleggerire i costi delle aziende energivore, ma che si è infranto contro il muro delle competenze. L’Arera, infatti, ha formalmente risposto che “non può dare attuazione” al provvedimento senza il necessario via libera da parte di Bruxelles, sollevando al contempo obiezioni precise sulla copertura finanziaria e sulla compatibilità con il quadro normativo europeo.
I tre moschettieri e la frattura interna
La scelta di Ziello, Pozzolo e Sasso di votare contro la fiducia rappresenta quindi non solo un atto di dissenso sulla singola norma, ma la manifestazione concreta di una tensione latente. Per Vannacci, che aveva preannunciato l’intenzione di dare un “segnale forte”, si tratta di una prima verifica sul campo della propria capacità di influenzare l’agenda parlamentare, al di fuori dei tradizionali canali di mediazione con la maggioranza. Il fatto che il voto contrario sia arrivato proprio sul decreto bollette – un provvedimento cardine per sostenere famiglie e imprese in un momento di alta tensione economica – amplifica la portata del gesto. Ignorato per settimane dalla coalizione, l’ex generale ha trasformato la pausa forzata della misura sul gas (bloccata dalle osservazioni dell’Arera) e l’inefficacia percepita del bonus sociale in una leva per dimostrare che la sua frangia può costituire un’alternativa, o quantomeno un ostacolo, alla stabilità del governo.




