La morte silenziosa di un ragazzo di 16 anni nel lago di Garda
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Redazione Interno
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È successo ancora, e forse sarebbe il caso di smettere di raccontarlo come un incidente. Un ragazzo di 16 anni, di origini tunisine ma residente a Pavia, ha perso la vita nelle acque del lago di Garda, a Desenzano, durante quel ponte del Primo maggio che molti avevano scelto per una fuga tra giovani, musica e pedalò. Lui, che con ogni probabilità non sapeva nuotare – una circostanza, quest’ultima, che non viene mai dichiarata apertamente nei primi bollettini ma che emerge dai dettagli delle ricostruzioni – si è tuffato ugualmente. Lo ha fatto da un pedalò, forse per non sfigurare davanti agli amici, forse per dimostrare a se stesso che il pericolo è una cosa da nulla. E non è più tornato su.
Un tuffo, un attimo, poi il silenzio dell’acqua
Il pomeriggio di sabato 2 maggio scorreva tranquillo sul lungolago di Desenzano, quando il gruppetto di amici ha noleggiato un pedalò. A un certo punto, il sedicenne ha deciso di tuffarsi. Un gesto che avrebbe dovuto essere un normale momento di svago, magari seguito da risate e schizzi, si è trasformato invece in un drammatico conto alla rovescia. Lui è sceso sott’acqua e non ha più dato segni di riemergere. Gli amici, dopo qualche istante di smarrimento, hanno capito che qualcosa non andava. Hanno cominciato a cercarlo, a gridare, a immergersi a loro volta senza però riuscire a raggiungerlo. È stata la Guardia Costiera, allertata tempestivamente, a coordinare le operazioni di recupero; due mezzi navali sono intervenuti nella zona, ma a ripescare il senza vita dal fondale è stato proprio uno dei compagni del ragazzo, un gesto che nessuno di loro dimenticherà.
Rianimazione sul lungolago e corsa in ospedale
Il esanime è stato issato a bordo dell’unità GC A58 della Guardia costiera e subito affidato ai sanitari del 118. Per oltre un’ora, sul lungolago di Desenzano, i medici hanno tentato di rianimare il sedicenne. Massaggio cardiaco, respiratore manuale, farmaci: tutto quello che la medicina d’urgenza può offrire in una situazione del genere. Ma il cuore, nonostante gli sforzi, sembrava non voler ripartire. Alla fine, reso stabile pur restando in condizioni disperate, il ragazzo è stato elitrasportato agli Spedali Civili di Brescia. L’arrivo in ospedale, però, non ha cambiato l’esito: i medici non hanno potuto fare altro che constatare il decesso, avvenuto verosimilmente per annegamento nei minuti successivi al tuffo.
Un copione già visto, eppure ancora senza soluzione
Non è la prima volta che un ragazzo straniero, o comunque cresciuto in contesti familiari dove l’accesso al nuoto non è scontato, paga con la vita la mancata frequentazione di quei corsi di base che per molti figli di italiani sono invece quasi un obbligo. Lui non aveva imparato a galleggiare, eppure si è buttato in acqua alta. Lo ha fatto per sprezzo del pericolo? Per non sentirsi diverso? Per dimostrare che anche lui, al pari degli altri, sapeva affrontare il lago? Le risposte, in questi casi, le danno solo i fondali. La tragedia di Desenzano si aggiunge a una lunga scia di episodi analoghi, tutti accomunati dallo stesso meccanismo: la pressione sociale tra adolescenti, il desiderio di omologazione, la paura di mostrare una debolezza. La Guardia Costiera ha completato i rilievi, e la salma è ora a disposizione dell’autorità giudiziaria, che ha aperto un fascicolo per accertare eventuali responsabilità. Nessun altro dettaglio è stato reso noto sull’identità del ragazzo, se non la residenza pavese e le origini tunisine. Il lago, intanto, è tornato calmo.




