Michela Marzano e gli altri: il secolo nuovo visto dai ragazzi
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Redazione Esteri
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Le aule universitarie, che Michela Marzano frequenta con assiduità, non sono affatto popolate da quella distratta apatia di cui spesso si sente accusare le giovani generazioni. Al contrario, la filosofa osserva come i suoi studenti, i cui occhi sono colmi di interrogativi, ricerchino con una determinazione silenziosa ma tenace un linguaggio autentico, proveniente da chi, nell’insegnare, “abita” realmente il proprio sapere senza nasconderne le inevitabili fragilità. Una richiesta di verità, la loro, che si scontra con il rumore di fondo di un’epoca spesso giudicata superficiale. Cristina Comencini, dal canto suo, pur riconoscendo la carica ideale di certi movimenti, ammette una certa inquietudine di fronte all’annuncio di “tempi nuovi”, un’ansia che affonda le radici nella memoria storica delle rivoluzioni del secolo scorso, da quella russa ai sommovimenti degli anni Settanta, le cui conseguenze hanno non di rado tradito le speranze iniziali.
Il monito di Serra e il rischio della nostalgia
Michele Serra, intervenendo a sua volta nel dibattito, rivolge un ringraziamento, che suona anche come un ammonimento, ad Alessandro Baricco, per averlo aiutato a non adagiarsi sulle categorie politico-culturali del Novecento. Serra mette in guardia dal pericolo, sempre in agguato, di una “sinistra reazionaria”, la quale, guardando con sospetto al presente e al futuro, finisce per rifugiarsi in un atteggiamento nostalgico che impedisce una reale comprensione del nuovo che avanza. È proprio questo il punto cruciale della questione: la difficoltà di interpretare il cambiamento senza ricorrere a schemi obsoleti, un’operazione che richiede, come sottolineano in modi diversi i tre intellettuali, un notevole sforzo di onestà intellettuale.
Le piazze contemporanee tra simboli e sostanza
Un’ulteriore riflessione, che si inserisce nel solco di questo dialogo, prende in esame le piazze odierne, quelle che sventolano le loro kefiah. Se ne contesta, in certi casi, una certa staticità ideologica, ancorata ai miti “anti” del secolo passato, quasi che il repertorio della protesta non sia riuscito a rinnovarsi completamente. La domanda su chi possa veramente dichiararsi vincitore in scenari geopolitici complessi, come quello che ha condotto alla tregua di Gaza, rimane aperta, lasciando intendere che le dinamiche del potere e dell’influenza siano ormai molto più sfumate e meno riconducibili ai tradizionali schieramenti.
Lo sguardo dei ragazzi come cartina al tornasole
Ciò che emerge con forza, soprattutto dalla testimonianza di Marzano, è che i ragazzi di questo secolo nascente, con il loro bisogno viscerale di autenticità, pongono una sfida diretta agli adulti e alle istituzioni. Essi non chiedono risposte preconfezionate o ideologie rassicuranti, ma l’esempio di chi, forte e vulnerabile insieme, sia in grado di mostrare una coerenza tra il dire e l’agire. Sono loro, in definitiva, con il loro silenzioso ma insistente mettere in discussione le finzioni, a indicare forse una strada per sperare in un futuro diverso, nonostante le paure legittime sollevate dal ricordo di passate disillusioni.
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