La mossa a sorpresa del Tesoro: sanzioni sospese per rimettere in circolo il petrolio iraniano
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Redazione Esteri
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L’amministrazione Trump, che pure ha dato il via all’operazione militare contro la Repubblica Islamica, ha scelto di gettare un salvagente proprio a quell’economia che intende indebolire. A un Iran già barcollante sotto il peso delle sanzioni e del conflitto in corso, arriva dunque una boccata d’ossigeno inaspettata, e paradossalmente non dalle consuete mani amiche di Pechino o Mosca, ma da Washington. È di queste ore la notizia – ufficializzata dal Tesoro americano – che il governo degli Stati Uniti ha deciso di rimuovere temporaneamente le restrizioni che bloccavano la vendita del greggio iraniano, liberando di fatto circa 140 milioni di barili attualmente in navigazione o fermi al largo. Un quantitativo, questo, che il segretario al Tesoro Scott Bessent ha definito equivalente a circa dieci giorni o due settimane di fornitura globale.
La decisione, che arriva dopo settimane di tensioni e di un’impennata vertiginosa del prezzo del greggio (con il Brent schizzato verso i 110 dollari al barile), è in realtà solo l’ultimo tassello di una strategia emergente che a Washington appare sempre più pragmatica e meno ideologica. L’obiettivo dichiarato, infatti, è quello di rinfrescare un mercato energetico surriscaldato per evitare che l’inflazione, già alle stelle, inneschi una nuova crisi macroeconomica globale. Per questo, il Tesoro ha emesso una licenza della durata di trenta giorni (fino al prossimo 19 aprile) che autorizza la vendita del greggio già caricato sulle petroliere, escludendo però nuove estrazioni o contratti futuri. Una misura, insomma, calibrata per tamponare l’emergenza immediata senza smantellare l’intero impianto sanzionatorio costruito in anni di pressioni.
L’arma del greggio per raffreddare l’inflazione
La scelta di alleggerire la morsa su Teheran mentre le operazioni militari sono ancora in corso – denominate “Operation Epic Fury” – rivela una calibrazione finissima della strategia americana. Stando a quanto riferito da Bessent in un’intervista a Fox Business, l’idea è quella di “utilizzare i barili iraniani contro gli stessi iraniani”, ovvero di immettere sul mercato quella stessa risorsa che il conflitto ha reso preziosa, per tenere sotto controllo i prezzi e limitare quindi i profitti che il regime potrebbe altrimenti ricavare dalla crisi in atto. Non è un’inversione di rotta ufficiale, ma poco ci manca: l’amministrazione sembra aver compreso che la pressione massima, in un contesto di guerra e di blocco virtuale del transito nel Golfo, rischia di ritorcersi contro l’economia interna statunitense, con il prezzo della benzina che negli Stati Uniti ha già superato la soglia critica dei quattro dollari al gallone.
La mossa segue del resto una logica già sperimentata nelle settimane precedenti, quando Washington aveva concesso deroghe simili per il petrolio russo, cercando di scongiurare il collasso dell’offerta globale. Il Tesoro ha specificato che l’autorizzazione riguarda esclusivamente le forniture già in transito – stoccate su navi che spesso navigano sotto bandiere terze – e che il provvedimento è stato studiato per non rappresentare una violazione della linea dura proclamata finora. Come ha spiegato il segretario Bessent in un post sul social network X, l’operazione consentirà di espandere rapidamente l’energia disponibile nel mondo, alleviando le pressioni temporanee sull’offerta causate dalle interruzioni nel Mar Rosso e nel Golfo Persico.
Teheran ringrazia, ma resta il dilemma delle eccedenze
Paradossalmente, la reazione da Teheran non è stata quella di un Paese che accoglie con entusiasmo un aiuto. I media ufficiali e le dichiarazioni dei vertici del ministero del Petrolio hanno infatti sottolineato come la Repubblica Islamica non abbia, al momento, eccedenze di greggio da offrire ai mercati globali, respingendo implicitamente l’idea che sia la Casa Bianca a dettare i tempi della liberalizzazione. Una precisazione, questa, che suona come un tentativo di salvare la faccia, considerando che proprio il via libera americano consentirà a quei 140 milioni di barili – molti dei quali destinati a clienti asiatici, in primis la Cina – di fluire più agevolmente nel circuito legale dei pagamenti.
Nel breve termine, l’effetto di questa iniezione di liquidità potrebbe tradursi in un moderato raffreddamento dei listini, ma gli analisti avvertono che si tratta di una soluzione tampone. Il volume messo a disposizione, seppur significativo, copre solo una frazione del deficit causato dalla chiusura virtuale dello Stretto di Hormuz, da dove transita quotidianamente un quinto del petrolio mondiale. E mentre Washington gioca la carta del greggio per calmierare i prezzi, resta sullo sfondo la questione strutturale: il mercato globale continua a essere diviso in due, con uno spread di quasi il 50% tra il prezzo praticato in occidente e quello in Asia, una frattura che questa misura temporanea rischia di non ricucire.




