Il mostro, la serie che indaga sull'ombra lunga del killer di Firenze
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Tra il 1968 e il 1985, un'ombra lunga e sinistra si allungò sulla campagna toscana, segnando con una scia di sangue quella che sarebbe diventata la storia criminale più intricata e angosciante del Paese. Otto coppie, colte nell'intimità delle loro automobili in luoghi appartati, vennero assassinate con metodica precisione, sempre con la stessa arma, una pistola Beretta calibro 22, che divenne il sigillo inconfondibile di un killer che la stampa, in cerca di un volto per un terrore altrimenti senza nome, battezzò il "mostro di Firenze". Una vicenda, la sua, che per quasi un ventennio paralizzò non solo una regione ma l'immaginario di un'intera nazione, alimentando un groviglio di teorie, depistaggi e paure collettive che, nonostante i processi e le condanne, lasciò sempre il dubbio di una verità mai completamente svelata.
L'indagine e l'intuizione che rilegge la cronaca
Proprio su quel groviglio, che assomiglia a un nodo gordiano, si concentra la narrazione de "Il Mostro", la miniserie diretta da Stefano Sollima, la quale tenta di districare i fili di come e perché, a partire dal doppio delitto di Baccaiano di Montespertoli nel 1982, le indagini fossero scivolate nelle gole di un abisso primario, alle origini stesse del tutto. La soluzione a tale enigma investigativo, secondo la ricostruzione proposta, arriva con un gesto netto, quasi un'affilata lama d'intuito, da parte del Sostituto procuratore Silvia Della Monica. La magistrata, reduce da un'ispezione sul luogo del crimine, durante un colloquio con Pier Luigi Vigna espresse con assertività un'idea destinata a cambiare la prospettiva delle indagini: doveva per forza esserci stato un "prima". Un prima che anticipava le escissioni del 1981, che metteva in discussione la natura stessa di un delitto definito "passionale" nel 1974, scavando in un passato che precedeva ogni cosa nota.
Le radici nel sangue del 1968
Quel "prima" affonda le sue radici in una calda notte d'agosto del 1968, quando l'orrore fece la sua prima, drammatica comparsa. Qualcuno uccise Barbara Locci e Antonio Lo Bianco all'interno della loro vettura, un episodio che, sebbene inizialmente apparisse come un fatto isolato, avrebbe innescato una lunga e perversa sequenza di delitti. Sul sedile posteriore, in quella scena di morte, si trovava anche un bambino di sei anni che, miracolosamente, pur rimanendo ferito, sopravvisse. Quel piccolo testimone inconsapevole divenne il simbolo di un incubo che stava appena iniziando, un incubo che i giornali, di lì a qualche anno, avrebbero cominciato ad ascrivere a un misterioso e anonimo "mostro".
La sfida narrativa di un puzzle criminoso
Non era affatto semplice, per Sollima e il co-creatore Leonardo Fasoli, affrontare una simile saga criminale, dandole una forma narrativa che potesse reggere il confronto con l'eredità di orrore e mistero che la caratterizza. Trasformare quel puzzle di delitti, di verità parziali, di gogne mediatiche e di enigmi irrisolti in una scrittura capace di restituire la complessità dei fatti, senza cedere alla tentazione di creare "rockstar del crimine", rappresenta la sfida centrale dell'opera. La serie, articolandosi in quattro episodi, ripercorre l'intera vicenda concentrandosi sull'ossessione investigativa e sull'atmosfera di sospetto che avvolse quegli anni, provando a distinguere, nel mare magnum delle ipotesi, ciò che appartiene alla realtà dei fatti accertati da ciò che invece si confonde con la finzione necessaria a ogni racconto.




