Ninja Gaiden 4, tra l'ombra di Itagaki e le lodi per le performance
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Il ritorno di una delle saghe più iconiche del mondo videoludico, Ninja Gaiden 4, si carica di un significato profondo e inatteso, arrivando a pochi passi dalla scomparsa di Tomonobu Itagaki, il game designer giapponese che, con la sua filosofia di sviluppo unica e il suo carattere indomito, ne aveva rivoluzionato le sorti nel 2004. Sviluppato da Platinum Games, e non più dal Team Ninja che lo vide nascere, il capitolo si presenta come l'incontro tra due scuole di pensiero che hanno plasmato l'action degli ultimi vent'anni, unendo sotto l'egida di Xbox Game Studios un know-how tanto diverso quanto complementare. L'uscita del gioco, accompagnata da un trailer di lancio che ne esalta la cifra stilistica, riaccende inevitabilmente i riflettori sull'eredità di un autore noto per il suo look eccentrico e per le parole sferzanti, la cui assenza getta un'ombra lunga su un'operazione che, per molti versi, ne rappresenta il testamento ideale.
Performance tecniche sotto la lente
Le analisi tecniche di Digital Foundry hanno messo in luce come il titolo, su entrambe le console di nuova generazione, proponga tre distinte modalità grafiche tra cui gli utenti possono scegliere: una orientata alla Qualità, bloccata a 30 fotogrammi al secondo, una alle Prestazioni, che mira a 60fps, e una ulteriore che spinge fino a 120fps, tutte supportate da risoluzioni dinamiche che si assestano, rispettivamente, attorno a 1440p, 1080p e 720p. Gli esperti, tuttavia, hanno espresso un giudizio netto sulla prima opzione, sconsigliandone vivamente l'utilizzo a causa di un frame pacing giudicato scadente e di un impatto visivo che, tutto sommato, non sembra giustificare il pesante sacrificio in termini di fluidità, elemento invece fondamentale in un gioco dai ritmi tanto serrati e dalla reattività così determinante per l'esito dei combattimenti.
La guida per il platino e un faro senziente
Per coloro che intendono cimentarsi nell'impresa di collezionare tutti i trofei, le guide specializzate descrivono un percorso verso il platino certamente impegnativo, che richiederà sangue freddo e una buona dose di pazienza, ma al tempo stesso più accessibile e meno punitivo rispetto ai capitoli precedenti della serie. Mentre Ryu Hayabusa si appresta a conquistare nuovamente le scene, l'attenzione si sposta anche su altre produzioni, come "Keeper", l'ultima fatica della Double Fine di Tim Schafer, un bizzarro gioco che, mettendo il giocatore nei panni di un faro senziente, dimostra come, anche con mezzi apparentemente limitati, si possano raccontare storie dal carattere unico e indimenticabile, offrendo un contrappunto narrativo all'action più sfrenato.




