Il ritorno del “Diavolo” e il sogno (glacé) di un pasticcere salentino
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Con l’arrivo nelle sale dell’attesissimo sequel – un fenomeno globale che ha riacceso i riflettori su una delle commedie più iconiche del nuovo millennio – “Il Diavolo veste Prada” è tornato a essere molto più di un semplice film sulla moda: è di nuovo un laboratorio di significati, trend virali e, almeno per i giornalisti italiani che lo osservano da dietro le quinte, una cruda (seppur patinata) metafora della crisi del lavoro creativo. Mentre sui social impazzano i retroscena sulla scelta del titolo, legata a un gioco di parole tra il proverbio “Il diavolo veste di nero” e la necessità di trovare un brand corto, globale e foneticamente elegante come Prada (scartando, per esempio, il “fardello” del caso Gucci o la storpiatura fonetica di Versace), la cronaca dello spettacolo si concentra su un’altra verità di fondo: quella della precarietà intellettuale.
Nascosto tra le pieghe delle borse griffate e degli outfit da passerella del nuovo capitolo, c’è un protagonista inaspettato che parla italiano. Si tratta di Adolfo Stefanelli, un pastry chef di 36 anni (che ne ha altrettanti di dipendenti) originario del Salento. La sua storia, affiorata nelle interviste rilasciate durante il tour promozionale del film, è quella di un artigiano che ha trasformato il profumo della torta di mele della madre – raccolta nei campi di pomodoro durante l’infanzia – in un’arma di conquista per Hollywood. La sua presenza sul set, dove ha portato la celebre “Torta Vela” (un’intuizione nata guardando il mare dalla brandina di un veliero tra Sardegna e Corsica), dimostra come l’eccellenza artigianale made in Italy riesca ancora a ritagliarsi uno spazio luminoso anche nell’industria dei sogni.
La sfida (e la rinuncia) di un dolce “di scena”
L’approdo di Stefanelli nel cast tecnico del film non è stato privo di ostacoli, anzi: è stato un cortocircuito perfetto tra la perfezione pasticcera e le esigenze, spesso opposte, del cinema. Scelto dalla food stylist Cristina Pietropuolo per la spettacolarità delle sue creazioni – superando nomi storici come Marchesi o Cova – il pasticcere si è trovato a dover violare il sacro principio della sua arte: l’equilibrio tra forma e sapore. Sul set, infatti, la maggior parte dei dolci non doveva essere gustata, ma resistere per ore sotto i riflettori; consistenti, rigidi, immortali.
“Mi sentivo spaesato”, ha raccontato l’artigiano, descrivendo il paradosso di dover realizzare dessert “di scena” costruiti per durare nel tempo, a volte anche a scapito della morbidezza del palato. La sfida più grande, forse, è stata quella di distruggere la propria opera: simulare l’assaggio, scavare il cucchiaino in una creazione perfetta per dare l’illusione del morso, un gesto che per un pasticcere risulta controintuitivo quasi quanto un sacrilegio. In quel preciso istante, la sua arte è diventata quella di un illusionista, piegando la materia commestibile alla narrazione cinematografica.
Meryl Streep, Lady Gaga e la (mancata) riconoscenza di una diva
Se la torta viola “Meryl” – una bavarese alla vaniglia dal cuore al mango – è riuscita a strappare un complimento alla stessa Streep (“Your cakes are wonderful”), l’aneddoto più singolare riguarda l’incontro con un’altra superstar del set. Quando Lady Gaga è entrata nel suo laboratorio milanese per acquistare alcune praline, Stefanelli non l’ha riconosciuta. Con un cappello abbassato, occhialoni scuri e una tuta oversize, la cantante è passata inosservata agli occhi del professionista, che ha continuato a servirla come una cliente qualunque.
Nonostante la fama, Stefanelli sembra restare ancorato a una visione quasi ottocentesca del mestiere: si alza alle 5:30 del mattino per impastare, serve personalmente dietro al banco e regala caramelle ai bambini. Il suo è un successo costruito con il crowdfunding dopo il fallimento dei prestiti bancari, una parabola che parte dalla Francia, passa per la Svizzera e il Portogallo, e approda a Milano nell’estate atrocemente calda del 2017. Una storia, la sua, che non ha bisogno di luci della ribalta per brillare, ma che trova nel sequel del “Diavolo” solo la vetrina più glamour possibile.




