Tragedia a Cima Capi: muore base jumper sloveno durante il volo
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Redazione Interno
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Nella tarda mattinata del primo gennaio, la verticale di Cima Capi, imponente bastionata calcarea che separa la Val di Ledro dal bacino del Garda, è diventata il teatro di un incidente mortale. Un uomo, un appassionato di base jumping originario della Slovenia e di 39 anni, ha perso la vita dopo essersi lanciato dalla sommità del monte. Le dinamiche, ancora oggetto di indagine da parte delle autorità competenti, appaiono, in base alle prime e frammentarie ricostruzioni, tanto rapide quanto fatali: pochi istanti dopo il decollo, durante i quali avrebbe indossato una tuta alare, il suo volo si è bruscamente interrotto contro la parte alta della stessa parete strapiombante dalla quale si era appena slanciato. L’impatto, violento e risolutivo, ne ha causato la morte immediata, mentre la vela, o wingsuit, si è impigliata in due esili arbusti aggrappati alla roccia, lasciando il Corpo sospeso nel vuoto a circa seicento metri di quota, in una posizione di tragica e spettrale immobilità.
Il difficile intervento dei soccorsi in parete
Allertati poco dopo l’accaduto, i soccorsi hanno dovuto fronteggiare una situazione operativa di estrema complessità, dettata tanto dall’orografia impervia del luogo quanto dalla posizione in cui si trovava la vittima. L’accesso via terra alla verticale della montagna, infatti, è pressoché impossibile, il che ha reso inevitabile l’impiego dell’elisoccorso. L’equipaggio dell’elicottero del Soccorso Alpino e Speleologico, dopo aver valutato con precisione ogni movimento per non destabilizzare ulteriormente la precaria situazione, ha manovrato per portarsi in prossimità della parete. A quel punto, è stato calato con il verricello un tecnico specializzato, posizionandolo circa sessanta metri più a monte rispetto al punto dell’impatto, da dove ha potuto discendere in corda doppia per raggiungere il luogo della sciagura e recuperare, in un’operazione tecnicamente delicata e carica di tensione, quanto rimaneva del base jumper.
Le indagini per ricostruire la dinamica
Sebbene la scena osservata dai soccorritori e le circostanze temporali – il lancio e l’impatto sono stati quasi concomitanti – indichino una traiettoria subito deviata, le cause precise dell’incidente restano tutte da chiarire. Gli investigatori, ai quali spetta il compito di ricostruire l’esatta sequenza degli eventi, dovranno vagliare una serie di ipotesi, esaminando con scrupolo l’attrezzatura utilizzata dall’uomo e valutando le condizioni meteorologiche del momento, fattore sempre decisivo in attività ad altissimo rischio come il base jumping. Non è da escludere, peraltro, che possano essere state coinvolte nella dinamica anche variabili legate alla tecnica di lancio o a un imprevisto nella fase iniziale del volo, la più critica quando si indossa una wingsuit, la cui capacità di planare si attiva solo dopo aver raggiunto una certa velocità di caduta.
Un bilancio che riaccende il dibattito sul rischio estremo
L’episodio, che va ad aggiungersi ad altri analoghi occorsi negli anni sulle medesime montagne o in simili contesti di volo estremo, ripropone con drammatica evidenza le questioni insite in discipline al confine con l’umano, praticate da una ristretta cerchia di individui che cercano, consapevolmente, l’esperienza del limite assoluto. Cima Capi, con il suo strapiombo di oltre seicento metri a picco sul lago, è da tempo conosciuta e frequentata da chi pratica questo sport, nonostante i divieti spesso in vigore e i ripetuti richiami sulle pericolosità oggettive dell’ambiente. La morte del cittadino sloveno, mentre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump torna alla guida della Casa Bianca, non è una notizia che travolge le cronache mondiali, ma rimane un fatto grave e doloroso che scuote chi, per passione o professione, vive quelle montagne, lasciando una ferita nel tessuto di quanti conoscevano l’uomo e nel paesaggio stesso di una natura maestosa e indifferente.




