Tumore al pancreas, i nuovi farmaci che raddoppiano la sopravvivenza

Tumore al pancreas, i nuovi farmaci che raddoppiano la sopravvivenza
Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo
SALUTE

Redazione Salute Redazione Salute   -   Non è stata una semplice presentazione medica, quella andata in scena a Chicago durante l’ultimo congresso dell’American Society of Clinical Oncology. C’era chi, tra i ricercatori, faticava a trattenere l’emozione nel vedere grafici che, fino a ieri, sembravano appartenere alla fantascienza oncologica.

E del resto, per una neoplasia come il carcinoma duttale pancreatico metastatico – storicamente tra i più refrattari e silenziosi – assistere a una standing ovation per dei numeri che cambiano la storia della malattia è un evento che segna uno spartiacque netto.

In particolare, due studi clinici presentati a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro hanno infranto una barriera che sembrava insormontabile: quella della sopravvivenza a un anno, ferma da decenni su percentuali drammaticamente basse.

Elraglusib, il primo passo concreto nella prima linea

La prima svolta riguarda i pazienti che affrontano per la prima volta la malattia metastatica.

I dati dello studio randomizzato di fase 2, pubblicati su "Nature Medicine", dimostrano che l’aggiunta del farmaco sperimentale Elraglusib – un inibitore della chinasi GSK-3β – alla chemioterapia standard a base di gemcitabina e nab-paclitaxel migliora significativamente l’outlook di questi malati.

Il risultato è netto: la sopravvivenza mediana globale è passata da 7,2 a 10,1 mesi, un guadagno di quasi tre mesi che non si vedeva da anni in questo setting.

Ma il dato forse più significativo, quello che ha acceso l’entusiasmo nella sala, riguarda la percentuale di chi varca la soglia dei 12 mesi: nel gruppo trattato con la combinazione, il 44,1% dei pazienti era ancora in vita a un anno dalla diagnosi, contro il misero 22,3% di chi riceveva solo la chemioterapia. Un raddoppio, se vogliamo usare un termine chiaro, della speranza concreta di arrivare a festeggiare un altro compleanno.

Il meccanismo d’azione di questa molecola, come spiegano gli autori coordinati da Devalingam Mahalingam, non si limita ad attaccare direttamente la cellula tumorale, ma sembra riattivare le difese immunitarie dell’organismo, modificando l’ambiente circostante il tumore.

Daraxonrasib, la rivoluzione della seconda linea

Se Elraglusib ha aperto una breccia, il secondo annuncio – arrivato proprio dalle sessioni plenarie dell’ASCO 2026 – rischia di abbattere completamente il muro.

Parliamo del daraxonrasib (noto in fase sperimentale anche come RMC-6236), un inibitore orale che agisce come una "colla molecolare" bloccando le proteine RAS nella loro conformazione attiva. È una strategia diversa e forse più radicale, considerando che oltre il 90% dei tumori pancreatici è guidato da mutazioni proprio di questo gene.

I numeri dello studio di fase 3 denominato RASolute 302 sono tanto chiari quanto rari in questa patologia: nei pazienti già trattati (seconda linea), il daraxonrasib ha più che raddoppiato la sopravvivenza mediana, portandola a 13,2 mesi contro i 6,7 mesi della chemioterapia standard. Il rischio di morte è stato ridotto del 60%, un dato (hazard ratio di 0.40) che gli statistici definirei "robusto" senza timore di smentita.

Anche in questo caso, guardando il traguardo dei 12 mesi, la differenza è abissale: il 53,3% dei pazienti in trattamento con la pillola era vivo dopo un anno, a fronte del 18,7% nel braccio chemioterapico.

Brian Wolpin, direttore del centro tumori pancreatici al Dana-Farber Cancer Institute, ha definito il risultato "un cambiamento epocale", sottolineando come il farmaco abbia mostrato efficacia indipendentemente dalla specifica mutazione RAS presente, un vantaggio pratico non da poco nella gestione clinica quotidiana.

Impatti clinici e gestione degli effetti collaterali

Non si tratta però solo di numeri sulla carta. L’impatto concreto sulla qualità della vita, aspetto spesso trascurato quando si parla di chemioterapie aggressive, sembra premiare questi nuovi approcci.

Il daraxonrasib, somministrato per via orale, ha mostrato un profilo di tossicità diverso e spesso più gestibile rispetto ai tradizionali cocktail endovena: prevedibilmente, i pazienti hanno riportato rash cutanei (nell’85,5% dei casi) e infiammazioni della mucosa orale (stomatiti), ma l’incidenza di effetti collaterali gravi (di grado 3 o superiore) è stata inferiore rispetto al braccio di controllo (43,6% contro 57,5%).

Solo l’1,2% dei pazienti trattati con il nuovo inibitore ha dovuto interrompere la terapia a causa degli effetti avversi, una percentuale che sale al 11,2% nel gruppo chemioterapico. Anche per l’Elraglusib, la gestione degli effetti (come la neutropenia e l’affaticamento) è risultata prevedibile, sebbene richieda monitoraggio.

I risultati dello studio RASolute 302 sono tali che la FDA ha già autorizzato un programma di expanded access negli Stati Uniti; contestualmente, i ricercatori italiani coinvolti – come Chiara Cremolini dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana – hanno formalmente chiesto all’azienda produttrice (Revolution Medicines) di estendere programmi di uso compassionevole anche all’Europa e all’Italia, per non costringere i pazienti ad attendere i lunghi tempi burocratici dell’approvazione dell’EMA.

Le sfide della diagnosi precoce e il futuro dei trial

Mentre la comunità scientifica elabora questi dati, è bene ricordare il contesto in cui si muovono. La sopravvivenza a 5 anni per il tumore al pancreas si attesta ancora su valori intorno al 13%.

Questo perché, nonostante le cure migliorino, la stragrande maggioranza dei pazienti (circa il 50-55%) scopre la malattia solo quando questa ha già seminato metastasi, spesso al fegato, in assenza di sintomi specifici.

I nuovi farmaci come daraxonrasib e elraglusib non risolvono il problema del ritardo diagnostico, ma spostano l’asticella di quanto possiamo offrire a chi arriva già in fase avanzata. Il passo successivo, come ipotizzato dagli stessi ricercatori, è anticipare l’uso di questi inibitori. Gli studi sono già in corso per testare il daraxonrasib in prima linea (RASolute 303) e, ambiziosamente, anche in pazienti operati con malattia in fase iniziale, nel tentativo di prevenire le recidive.

Per la prima volta, insomma, non si parla solo di "rallentare" la malattia, ma di costruire le premesse per guarigioni durature in una delle battaglie più dure dell’oncologia moderna.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.