Giorgia Meloni e la via italiana al board per la pace: la scommessa su Trump e il nuovo asse con Berlino
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Sull’uscio di una decisione delicata, in attesa che Donald Trump tenga aperta quella porta che solo lui, oggi, sembra poter spalancare, l’Italia di Giorgia Meloni naviga in acque diplomatiche intricate. La questione dell’adesione al Board per la pace a Gaza, organismo voluto dal presidente degli Stati Uniti, è diventata un rompicapo che va ben al di là del Medio Oriente, intrecciandosi con gli equilibri europei e con gli imbarazzi sorti dopo certi inviti, estesi ad autocrati, che hanno offuscato l’immagine iniziale dell’iniziativa. La premier, che pure aveva inizialmente guardato con interesse alla membership come a una spilla da appuntare al petto del proprio governo, misura ora i crucci politici che una scelta affrettata potrebbe generare, conscia del fatto che l’Europa stessa è divisa sull’argomento.
La strategia della "partecipazione esterna" e il nodo della configurazione
La posizione italiana, emersa con chiarezza durante l’incontro a villa Pamphilj con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, si articola attorno a un’idea precisa: “Riaprire la configurazione del board”. Una formula, questa, che racchiude la volontà di modificare dall’interno, ancor prima di entrarvi, i meccanismi e le premesse dell’organismo. Meloni ha fatto trapelare, attraverso le dichiarazioni congiunte, di aver illustrato la propria linea al presidente americano in una telefonata, puntando su un “appoggio esterno” degli Stati europei come possibile soluzione transitoria. Si tratterebbe di una partecipazione in punta di piedi, un modo per non restare esclusi dal tavolo ma, al tempo stesso, per non avallare acriticamente un processo i cui sviluppi appaiono ancora nebulosi e potenzialmente controproducenti per la coesione dell’Unione.
L’elefante nella stanza di villa Pamphilj e la scommessa tedesca
Se la questione Gaza fa da sfondo immediato, l’incontro romano ha messo in luce dinamiche ben più ampie, dove lo spettro delle mosse di Trump agisce da catalizzatore. Nelle stanze affrescate della villa, la presenza del presidente Usa è stata l’elefante nella stanza, l’elemento imprevedibile attorno al quale costruire qualsiasi calcolo. È in questo contesto che prende forma l’audace scommessa politica di Giorgia Meloni: tentare di scalzare il tradizionale asse franco-tedesco, proponendo all’Italia un nuovo ruolo di interlocutore privilegiato di Berlino. Un piano di complicatissima realizzazione, come lei stessa sembra ammettere, che si fonda sulla percezione di una certa debolezza altrui e sulla convergenza di interessi nazionali in un’Europa chiamata a ridefinire i suoi punti cardinali dopo le elezioni statunitensi. La batteria di accordi siglati con Merz, del resto, va letta come il primo mattone di questa possibile nuova architettura.
Il Nobel per Trump e il funambolico anno a venire
In questo quadro, la speranza – espressa dalla premier accanto al cancelliere – di vedere un Nobel per la Pace assegnato a Donald Trump per il suo ruolo riguardo all’Ucraina, appare meno come una boutade e più come un indicatore della prospettiva italiana. Rivela, infatti, la volontà di coltivare un canale privilegiato con la Casa Bianca, riconoscendo nel leader americano l’attore decisivo per qualsiasi soluzione dei grandi conflitti, da quello europeo a quello mediorientale. Il 2026, ha sottinteso Meloni, potrebbe essere l’anno dell’asse Italia-Germania, ma è certo che sarà un altro anno funambolico di Trump, le cui mosse condizioneranno ogni scelta. La strada italiana verso il board per Gaza, dunque, passa inevitabilmente da una duplice trattativa: una con gli alleati europei per ridefinire i termini della partecipazione, l’altra, più sottile, con l’amministrazione americana, per garantirsi uno spazio di manovra in uno scenario globale sempre più volatile.




