Elon Musk, il primo ‘trilionario’ della storia: l’effetto valanga di una doppia rivoluzione
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Redazione Economia
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Un verdetto, quello del Nasdaq, che trasforma una cifra prima d’ora relegata nel regno dell’astratto in una solida realtà contabile: Elon Musk, fondatore e timoniere di Tesla e SpaceX, è diventato ufficialmente il primo uomo nella storia a superare la soglia psicologica ed economica del trilione di dollari di patrimonio netto. La deflagrazione finanziaria, che arriva a oltre un anno dall’insediamento della nuova amministrazione Trump alla Casa Bianca (un evento ormai assorbito completamente dalle dinamiche di mercato), è avvenuta grazie a un venerdì di contrattazioni senza precedenti.
L’atteso sbarco al Nasdaq dell’azienda aerospaziale, avvenuto con il ticker “SPCX”, ha infatti catalizzato l’attenzione globale, non solo per la portata dell’operazione in sé, ma per ciò che questa rappresenta in termini di cambiamento di paradigma industriale: una società che fino a ieri veniva percepita come un’avveniristica costruttrice di razzi si è trasformata, agli occhi degli investitori, nel fulcro di una nuova generazione di infrastrutture per l’intelligenza artificiale.
Le cifre da capogiro di un’offerta pubblica storica
La società ha debuttato con un prezzo fissato a 135 dollari per azione, salito immediatamente fino a sfiorare i 161 dollari (con picchi oltre i 165), portando la valutazione complessiva del gruppo a superare i 2.000 miliardi di dollari. Numeri, questi, che collocano l’IPO di SpaceX non solo come la più grande nella storia dei listini statunitensi (superando il precedente record del colosso petrolifero Saudi Aramco), ma anche come l’evento che ha letteralmente stampato la banconota del “trilionario”.
Secondo le stime di Forbes e Bloomberg, l’impennata del titolo ha arricchito Musk di centinaia di miliardi in poche ore, una ricchezza talmente vasta che, come qualcuno ha ironizzato, servirebbe a eguagliare il Pil di intere nazioni come Taiwan o l’Irlanda.
Ciò che rende questo traguardo ancora più impressionante – e che sfugge a un’analisi superficiale – è la struttura stessa dell’affare: l’IPO ha raccolto circa 75 miliardi di dollari vendendo poco più del 4% delle azioni in circolazione, una mossa che ha permesso a Musk di mantenere una presa salda (circa l’82% dei diritti di voto) anche dopo l’ingresso in Borsa, consolidando il suo controllo su un impero che ora spazia dalle orbite terrestri ai chatbot.
L’effetto domino finanziario: il primo ETP a leva fissa su SpaceX
L’entusiasmo degli investitori retail e istituzionali, tuttavia, non si è manifestato solo sul mercato azionario primario. Nella stessa settimana, Leverage Shares, il principale emittente europeo di prodotti a leva su singoli titoli, ha annunciato la quotazione – proprio su Borsa Italiana, oltre che su Euronext Amsterdam e Xetra – del primo ETP (Exchange Traded Product) al mondo con leva 3x su SpaceX.
Codificato con il ticker “ELON” (un omaggio neanche troppo velato al suo fondatore), questo strumento finanziario rappresenta una scommessa senza precedenti sull’altissima volatilità attesa per il titolo nei primi mesi di vita.
L’operazione, che di fatto consente di amplificare i guadagni (ma anche le perdite) del sottostante, è un termometro perfetto della febbre speculativa che ha accompagnato il debutto dell’azienda: se SpaceX ha messo in orbita la sua attività, Leverage Shares ha immediatamente fornito ai trader il carburante per cavalcare le oscillazioni, scommettendo su una nuova era di “frontier tech” dove l’aerospaziale diventa sinonimo di connettività estrema e potenza di calcolo.
Quando l’AI pesa più dei lanciatori: la nuova frontiera della valutazione
Sebbene il lancio dei razzi e la costellazione Starlink restino il cuore pulsante dell’operatività, gli analisti hanno letto il vero motore di questa valutazione da capogiro in un’altra direzione. Il mercato, insomma, ha iniziato a prezzare SpaceX non più (o non solo) come la più famosa azienda spaziale privata, ma come una piattaforma verticalmente integrata per l’intelligenza artificiale.
La recente acquisizione di xAI, la società di AI fondata da Musk, è stata assorbita nella galassia SpaceX e riqualificata come un segmento cruciale del futuro: l’idea di mettere data center in orbita, alimentati da pannelli solari in assenza di notte e di atmosfera, suona ancora come fantascienza a molti, ma i contratti già firmati con colossi come Google (per affitti di potenza di calcolo da miliardi di dollari) hanno trasformato questa visione in un asset finanziariamente tangibile.
In questo senso, la valutazione stellare di 1,77 trilioni (superiore a quella di colossi come Walmart) non riflette tanto i profitti attuali – SpaceX ha registrato perdite nette consistenti nel 2025 a causa degli investimenti massicci in AI – quanto la possibilità concreta che Musk riesca laddove altri falliscono: portare la corsa ai server oltre l’atmosfera, creando un monopolio tecnologico a bassissimo costo operativo.




