AlzheimeR, al via il progetto europeo Alert: anche l’Italia nella sfida alla diagnosi precoce

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Redazione Salute Redazione Salute   -   L’Alzheimer, che continua a rappresentare una delle emergenze sanitarie più gravi del nostro tempo – con oltre 50 milioni di persone colpite nel mondo e una proiezione che, se nulla cambierà, porterà a triplicare questo numero entro il 2050 – trova oggi un nuovo fronte di intervento nel progetto europeo Alert. Un’iniziativa che vede anche l’Italia in prima linea, spinta dall’evidenza ormai acclarata: i biomarcatori della malattia iniziano a modificarsi già dieci, talvolta quindici anni prima che i primi sintomi clinici facciano la loro comparsa. È in questa finestra temporale, silenziosa ma decisiva, che si gioca la partita più importante, quella della diagnosi precoce.

Uno studio italiano apre la strada alla previsione a tre anni

Passi da gigante, insomma, vengono compiuti nella ricerca contro questa forma di demenza, e un contributo di rilievo porta proprio la firma di ricercatori italiani. Sappiamo, per esempio, che tra i 50 e i 60 anni il cervello umano comincia ad accusare un calo delle prestazioni cognitive; ma ora si aggiunge un dato di portata ben più specifica: sarebbe possibile sapere, con un margine di tempo utile, chi svilupperà la patologia entro i successivi tre anni. Non si tratta di speculazione, bensì del risultato di studi che hanno affinato l’osservazione sui biomarcatori più affidabili, spostando l’attenzione dalla fase conclamata a quella prodromica, quando ancora nessun sintomo evidente si è manifestato.

Un esame del sangue e il futuro delle placche amiloidi

La quantità nel sangue di un biomarcatore specifico, la proteina tau fosforilata 217 (meglio nota come p-tau217), è in grado di predire il futuro accumulo di placche amiloidi – quelle lesioni tipiche della malattia – e l’avanzamento del declino cognitivo. E questo accade anni prima che i depositi proteici diventino visibili nelle scansioni cerebrali, e ancor prima che i sintomi clinici emergano. Livelli elevati di p-tau217 nel plasma, spiegano i ricercatori, sono associati a una progressione più rapida della patologia, anche quando le immagini iniziali del cervello appaiono ancora “normali”. Un dato, quest’ultimo, che ribalta l’approccio tradizionale: non si aspetta più che la malattia si mostri per intervenire, ma si intercetta il suo percorso biologico in anticipo.

Sette segnali precoci da monitorare secondo i biomarcatori 2026

Tra i principali indicatori biologici oggi al centro dell’attenzione – alterazioni dell’amiloide-beta, della già citata tau fosforilata e vari segni di neurodegenerazione – emergono sette segnali precoci che chiunque, in ambito clinico, dovrebbe imparare a riconoscere. Non si tratta di semplici campanelli d’allarme comportamentali, ma di veri e propri marcatori molecolari: variazioni nei livelli liquorali di queste proteine, cambiamenti sottili nelle reti neurali rilevabili con tecniche specifiche, e una certa dinamica infiammatoria cronica di basso grado. Ognuno di questi elementi, da solo, non farebbe diagnosi; ma il loro concorso, misurato con regolarità in soggetti a rischio (per esempio con familiarità o con lievi deficit cognitivi oggettivati), può disegnare una traiettoria prognostica con un’accuratezza impensabile solo dieci anni fa. La sfida, ora, è trasferire queste conoscenze dalla ricerca di laboratorio alla pratica clinica quotidiana, senza però dimenticare che una diagnosi anticipata porta con sé implicazioni etiche e psicologiche non banali, che il progetto Alert intende affrontare con un approccio multidisciplinare.

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