Il passo di lato di Carlo Conti, i conti con il calo degli ascolti e il futuro di Sanremo nelle mani di Stefano De Martino

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La stagione 2026 del Festival di Sanremo, la settantaseiesima, si è chiusa con un passaggio di consegne che di fatto sancisce la fine di un ciclo e l’inizio di un altro, ma lascia sul tavolo interrogativi non secondari circa la tenuta del format. Carlo Conti, al timone per quella che aveva annunciato come la sua ultima esperienza da direttore artistico, ha materialmente ceduto il testimone a Stefano De Martino in diretta televisiva, un gesto inedito nella storia della manifestazione che sottolinea la volontà di un ricambio generazionale. Eppure, se il futuro ha un volto sorridente e giovane, il presente consegna ai piani alti di viale Mazzini una fotografia nitida e piuttosto severa: il brand Sanremo, per la prima volta dopo anni di crescita ininterrotta sotto la gestione Amadeus, mostra segni di affaticamento, con numeri che certificano un arretramento significativo del pubblico rispetto al biennio precedente.

Il raffronto con il 2025, infatti, è impietoso e non può essere liquidato con le consuete formule di circostanza. La prima serata ha segnato un saldo negativo di circa tre milioni di spettatori, un dato che da solo racconta la difficoltà di ripetere il miracolo di ascolti della gestione precedente. E non è stato un exploit isolato: la seconda puntata ha replicato il trend, fermandosi a una media di poco inferiore ai nove milioni, mentre la serata delle cover, tradizionalmente un picco di interesse, ha totalizzato 10,7 milioni di spettatori, comunque lontanissima dai 13,5 milioni che avevano seguito le esibizioni dell’anno prima. La terza serata, quella di venerdì, ha registrato 9,5 milioni e uno share del 60,6%: un risultato che, per quanto in linea con la media storica del decennio, non può nascondere l’evaporazione di quella quota di pubblico generalista che i Festival di Amadeus avevano saputo intercettare e consolidare.

Conti, dal canto suo, ha gestito la comunicazione sui numeri con la consueta ironia, cercando di depotenziare la portata del calo. In conferenza stampa ha ricordato come la seconda serata cali sempre per struttura e come il merito di una crescita, quando c’è, non sia mai da attribuire al direttore artistico, proprio come la colpa non può essere sua se i numeri scendono. Un tentativo evidente di mettere le mani avanti, di spiegare che i fattori in gioco sono molteplici: la concorrenza delle piattaforme streaming, le partite di Champions League, la frammentazione dei consumi televisivi. La verità, però, è che il traino emotivo di un direttore artistico che lascia, di un addio annunciato, non ha sortito l’effetto serbatoio sperato, e il pubblico sembra aver premiato con minore entusiasmo una formula giudicata forse più compassata o meno innovativa.

A fronte di questi numeri, la Rai ha scelto comunque di blindare il futuro, puntando su un nome nuovo e di rottura. L’annuncio di Stefano De Martino, presente in platea proprio per ricevere l’investitura, è arrivato come un fulmine a ciel sereno, anche se le voci si rincorrevano da giorni. Conti ha svelato di aver avuto l’autorizzazione dai vertici per comunicarlo solo nella serata finale, sottolineando come la sua preferenza personale andasse a una donna o a un giovane, e De Martino incarna perfettamente la seconda opzione. Il neo direttore artistico, visibilmente emozionato, ha promesso impegno e umiltà, chiedendo a Conti di non spegnere il telefono, a significare una continuità che forse servirà a rassicurare una macchina complessa come quella del Festival.

Nell’ultima serata, tuttavia, non c’è stato spazio solo per i giochi di potere e i pronostici sul futuro. La cronaca e l’attualità hanno fatto irruzione sul palco dell’Ariston in più di un’occasione, restituendo al Festival quella funzione di specchio del paese che talvolta gli viene rimproverata. Carlo Conti, Laura Pausini e la giornalista Giorgia Cardinaletti hanno aperto la finale con un minuto di riflessione sull’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran, leggendo un appello dell’Unicef a proteggere i bambini coinvolti nei conflitti. Un momento di tensione autentica, subito stemperato dall’irruzione di Nino Frassica con la sua comicità surreale. Ma il momento di maggiore pathos è stato senza dubbio l’intervento di Gino Cecchettin, padre di Giulia, la giovane uccisa nel 2023. Il teatro si è fatto silenzio mentre scorrevano i nomi delle donne vittime di violenza e Cecchettin, con voce pacata ma ferma, ha invitato gli uomini a riflettere sul rispetto e sulla capacità di accettare un rifiuto, ricordando che la violenza è spesso figlia di una cultura sbagliata.

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