I cetrioli di Putin e i 15 miliardi delle armi: la doppia verità dell’economia di guerra russa

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La narrativa del Cremlino, attenta a proiettare all’esterno l’immagine di una macchina bellica inarrestabile e di un’economia immuni alle sanzioni, si scontra quotidianamente con la realtà dei bilanci familiari e con i numeri, talvolta opachi, del complesso militare-industriale. Se da un lato Vladimir Putin, durante una riunione della Commissione per la Cooperazione Tecnico-Militare, ha annunciato con enfasi che le esportazioni di armamenti nel 2025 hanno superato i 15 miliardi di dollari, rifornendo più di trenta Paesi e garantendo la modernizzazione delle fabbriche della difesa, dall’altro i cittadini russi affrontano un’impennata dei prezzi che trasforma persino un ortaggio comune, il cetriolo, in un bene semipregiato. È questo il paradosso di un sistema che, mentre dichiara di aver onorato tutti i contratti internazionali nonostante le pressioni occidentali, vede la propria popolazione fare i conti con un’inflazione che gli istituti di ricerca indipendenti, inclusi alcuni atenei britannici, stimano essere circa il doppio rispetto ai dati ufficiali diffusi da Rosstat.

A gennaio l’aumento del prezzo dei cetrioli ha toccato il 34 per cento, portando il costo al chilo a una forbice compresa tra i 400 e i 500 rubli, l’equivalente di circa cinque franchi svizzeri, una cifra che ormai si avvicina a quella della carne di maiale. Sui social network, come riportano diverse agenzie internazionali, l’ironia amara della popolazione si scatena in video e commenti: i cetrioli vengono ribattezzati il nuovo oro, e crescono le lamentele di chi, come una madre intervistata dal Moscow Times, racconta di aver dovuto rinunciare a tagli di carne e pesce nella dieta quotidiana, o di chi non mette piede in un bar da mesi. I bilanci domestici, insomma, dipingono un quadro diametralmente opposto rispetto alle dichiarazioni trionfalistiche sulla crescita dei salari, che secondo le statistiche ufficiali sarebbero aumentati a un ritmo persino superiore a quello dei prezzi, giustificando così, sulla carta, un potere d’acquisto ancora solido.

Il complesso militare-industriale e il miraggio dell’export

L’annuncio dei 15 miliardi di dollari incassati dall’export di armi, destinati a finanziare nuovi programmi di ricerca e ad ampliare la capacità produttiva, merita però un’analisi più approfondita, al di là della mera propaganda. Se è vero che Putin ha sottolineato come la cooperazione si stia espandendo soprattutto con quattordici nazioni, con un occhio di riguardo per i Paesi africani, è altrettanto vero che istituti specializzati come lo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri) hanno rilevato come, nel periodo 2020-2024, la Russia abbia perso il secondo posto nella classifica degli esportatori mondiali di armi, scavalcata dalla Francia. Le entrate delle grandi aziende del settore, come Rostec, crescono sì, ma gli analisti precisano che questo incremento è dovuto principalmente alla domanda interna, ossia alla produzione serrata per rimpiazzare l’enorme quantità di mezzi corazzati, carri armati e artiglierie consumati dal fronte ucraino. Un fabbisogno domestico, questo, che assorbe gran parte delle risorse e che rende il dato dei 15 miliardi di esportazione una cifra che, se confrontata con i 13 miliardi del 2020, appare in leggera crescita ma che, rapportata all’inflazione e alle mutate condizioni geopolitiche, suggerisce più una tenuta che un vero e proprio boom.

Il costo umano e la macchina del reclutamento

Parallelamente alle difficoltà nel settore agroalimentare e agli ambigui risultati dell’export bellico, un’altra crepa si allarga nel sistema-Putin, ed è quella demografica e sociale legata alle perdite in Ucraina. Fonti ucraine e occidentali, incrociando dati satellitari e intercettazioni, stimano che le perdite complessive dell’esercito russo, tra morti e feriti gravi non più in grado di tornare in linea, abbiano ormai superato la soglia degli ottocentomila unità, avvicinandosi in alcune stime a numeri persino più alti. Il nodo cruciale, per il Cremlino, è che il flusso di nuovi volontari attratti dai lauti compensi economici, una cifra che in molte regioni povere superava abbondantemente il milione di rubli, non basta più a colmare il vuoto. L’ex presidente ucraino Petro Poroshenko, in recenti dichiarazioni, ha parlato di una differenza negativa tra reclute e caduti, con Mosca che perderebbe più soldati di quanti ne riesca a mobilitare. Una situazione che costringe il ministero della Difesa a intensificare le pressioni indirette, spingendo i coscritti a firmare contratti regolari con promesse non sempre mantenute, o attingendo a piene mani da quei riservisti che, formalmente, non dovrebbero essere impiegati in prima linea se non per esercitazioni o difesa territoriale.

L’incognita delle riserve e la tenuta sociale

Il modello di reclutamento basato sugli incentivi, che aveva permesso a Mosca di evitare una seconda mobilitazione di massa dopo quella impopolare del settembre 2022, sta mostrando evidenti segni di cedimento strutturale. Diverse regioni, a causa dei deficit di bilancio, hanno dovuto ridimensionare drasticamente i bonus d’arruolamento, passati in alcuni casi da oltre tre milioni di rubli al minimo federale di quattrocentomila, un taglio che rende assai meno appetibile la prospettiva del fronte. Gli osservatori dell’Institute for the Study of War (ISW) notano come il Cremlino stia gettando le basi per una mobilitazione strisciante, attraverso modifiche legislative che permettono di richiamare la riserva attiva, composta da circa due milioni di ex militari, senza doverne dichiarare ufficialmente l’esistenza. Una soluzione che, se da un lato potrebbe tamponare l’emergenza numerica, dall’altro rischia di riportare all’attenzione pubblica la piaga dei reduci, centinaia di migliaia di uomini che, una volta smobilitati, torneranno alla vita civile con traumi fisici e psicologici che il sistema sanitario, già provato, non è in grado di gestire, e che potrebbero costituire un fattore di tensione sociale destinato a durare ben oltre la fine delle ostilità.

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