Stipendi in Italia, il potere d’acquisto è crollato del 6,1%: il rapporto Inps e l’allarme Ocse

Stipendi in Italia, il potere d’acquisto è crollato del 6,1%: il rapporto Inps e l’allarme Ocse
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Redazione Economia Redazione Economia   -   I bonus del governo Meloni non sono bastati a salvare i redditi medi e bassi dall’erosione dell’inflazione. Lo certifica il Rapporto annuale dell’Inps, presentato ieri, che mette in fila i numeri di una manovra fiscale – quella sulle detassazioni – incapace di restituire fiato ai portafogli degli italiani.

La fotografia scattata dall’Istituto previdenziale mostra come la crescita degli stipendi netti sia stata inferiore all’aumento dei prezzi, con un effetto che si fa sentire soprattutto tra i lavoratori meno abbienti e il ceto medio; va leggermente meglio, invece, per chi si colloca vicino alla soglia dei 26 mila euro di reddito, ma senza invertire la tendenza generale.

Il dato Ocse che fa tremare i salari

A gettare ulteriore benzina sul fuoco ci pensa l’Ocse, l’organizzazione che riunisce i Paesi più industrializzati, con il suo rapporto Prospettive sull’occupazione 2026. Il dato è secco: nel primo trimestre di quest’anno i salari reali italiani hanno registrato un +1,3% su base annua, un segnale positivo che però, guardando il quadro più ampio, appare del tutto insufficiente. Rispetto al primo trimestre del 2021, infatti, la perdita cumulata sfiora il 6,1%, un buco che colloca l’Italia tra le economie più in difficoltà del gruppo, se si considera il potere d’acquisto dei lavoratori.

Un allarme che l’Ocse ha rilanciato con forza, sottolineando come la ripresa occupazionale – il tasso di occupazione è salito al 62,8%, pur restando lontano dalla media dell’area che viaggia al 72,1% – non sia stata accompagnata da un adeguato recupero dei salari reali.

La "ionta" che non c'è stata

Per dirla con un'espressione dialettale che viene giù dal Trigno, ai redditi italiani è mancata la "ionta", quella prolunga, quell’aggiunta che da ragazzi ci si augurava di trovare quando le spiegazioni non bastavano. E invece, nonostante gli interventi del governo, i rincari hanno mangiato gran parte dei modesti aumenti percepiti dai lavoratori.

L’analisi incrociata tra i dati Inps e quelli Ocse restituisce l’immagine di un Paese che fatica a tenere il passo: da un lato le detassazioni sui premi di produttività e sugli straordinari hanno alleggerito il peso delle tasse per alcune fasce, ma dall’altro il carovita ha vanificato ogni sforzo, con un effetto che si è rivelato particolarmente pesante per chi guadagna fino a 28 mila euro lordi l’anno, dove la spinta del fisco si è scontrata con un’inflazione che non accenna a fermarsi del tutto.

Un confronto impietoso con l'Europa

Il confronto con gli altri grandi Paesi dell’area Ocse non aiuta a sdrammatizzare. Mentre in Germania e Francia i salari reali hanno cominciato a recuperare terreno, seppur lentamente, l’Italia resta ancorata a un dato negativo che penalizza la domanda interna e, di riflesso, la crescita economica.

Il rapporto dell’Ocse non si limita a registrare il fenomeno, ma lo inquadra in un contesto più ampio: l’aumento dell’occupazione, trainato soprattutto dai contratti a tempo determinato e dalla maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro, non è stato in grado di generare quella pressione verso l’alto sui salari che in altre economie si è invece manifestata. Il risultato è una doppia velocità, con una parte del paese che lavora di più ma guadagna meno, in termini reali, di quanto facesse cinque anni fa.

Le contraddizioni della politica fiscale

Emerge così un paradosso: gli interventi del governo, pensati per aumentare il netto in busta paga, hanno finito per essere neutralizzati dal contesto inflazionistico. I dati Inps mostrano che la riduzione del cuneo fiscale, per quanto significativa, non ha prodotto l’effetto sperato, perché il suo impatto è stato maggiore sulle fasce intermedie di reddito, mentre per i redditi più bassi l’incidenza dei prezzi al consumo ha continuato a erodere margini già esigui.

Ne consegue che, pur in presenza di una crescita nominale delle retribuzioni, il potere di acquisto reale è scivolato verso il basso, con punte di sofferenza tra i giovani e i lavoratori atipici, che vedono i loro compensi adeguarsi con maggiore lentezza rispetto all’andamento dei listini.

L’occupazione cresce, ma non basta

Il Rapporto annuale Inps e le Prospettive sull’occupazione 2026 dell’Ocse convergono su un punto: l’Italia ha creato posti di lavoro, ma non ha saputo difendere il valore delle retribuzioni. Il tasso di occupazione, pur in crescita, resta tra i più bassi dell’area e questo squilibrio strutturale rende il sistema fragile di fronte a shock esterni. Se a ciò si aggiunge un mercato del lavoro che premia la flessibilità più che la stabilità, si spiega perché i salari reali stentino a decollare.

E mentre l’Ocse invita i governi a rafforzare i meccanismi di contrattazione collettiva, i numeri italiani raccontano una realtà fatta di rincari quotidiani, bollette e spesa al supermercato che divorano quel poco guadagnato in più, lasciando a molti lavoratori la sensazione di essere sempre al palo, in attesa di quella "ionta" che, per ora, non è ancora arrivata.

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