Torino-Sassuolo 2-1, la rimonta che vale un gruppo: l’analisi dei gol e delle scelte di D’Aversa
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Redazione Sport
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Chi aveva già archiviato la partita come un semplice allenamento in attesa della prossima stagione, evidentemente, non aveva fatto i conti con l’orgoglio granata. Torino-Sassuolo 2-1, un risultato che, a dispetto di ogni pronostico basato sulla classifica e sulle presunte “assenze di motivazioni”, racconta una storia diversa: quella di una squadra, il Toro, capace di restare a galla anche quando il gioco scricchiola. E non è un caso, se si analizzano i novanta minuti, che la svolta sia arrivata solo dopo il vantaggio ospite, un episodio che ha funzionato da elettroshock per un undici apparso sino a quel momento compassato e poco ficcante.
La giocata di Ebosse e la scossa del Sassuolo
Il primo tempo si era chiuso a reti bianche, e già questo, per chi conosce i meccanismi delle due formazioni, rappresentava un piccolo indizio. Il Sassuolo, però, ha trovato il modo di sbloccarla con una giocata sontuosa di Ebosse – un’azione, quest’ultima, nata da una ripartenza fulminea – che ha messo alle corde la difesa di casa. Quel momento, paradossalmente, ha liberato il Torino. Perché se fino all’1-0 i granata vagavano in un limbo tattico fatto di passaggi orizzontali e poca profondità, la reazione è stata veemente e, va detto, sorretta da un’intuizione decisiva del tecnico.
Cambi azzeccati e la firma di Simeone e Pedersen
Roberto D’Aversa, a fine gara, ha parlato apertamente di “vittoria del gruppo”. E non si tratta di una frase fatta. Osservando i venti minuti finali – l’unico vero acme tecnico di una partita altrimenti poco spettacolare – si nota come gli ingressi dalla panchina abbiano cambiato volto alla manovra. È stato un peccato, ammette lo stesso allenatore, non essere andati all’intervallo in vantaggio: “Con un po’ di malizia in più avremmo potuto sbloccarla noi”. Invece, il gol subìto ha innescato una reazione a catena. Prima il pareggio, poi il sorpasso: due firme pesanti, quelle di Simeone e Pedersen, che si sono trasformati nei protagonisti della serata. L’argentino ha trovato lo spiraglio giusto in area, mentre il danese ha finalizzato un’azione corale, dando ai tre punti un senso che va oltre la classifica.
L’abbraccio finale e la coesione come fattore
Ciò che colpisce, nelle dichiarazioni post-partita di D’Aversa, è il valore simbolico attribuito all’abbraccio conclusivo. “Mi tengo l’abbraccio finale – ha spiegato il tecnico – perché significa che stiamo lavorando da squadra”. Una frase, quest’ultima, che sintetizza un concetto spesso abusato ma che in questo caso trova riscontro nei fatti: il ribaltone è maturato proprio nei minuti in cui la compattezza ha sopperito alla mancanza di qualità. “Quando ho firmato il contratto...” aveva iniziato D’Aversa in un’altra occasione, lasciando intendere che il percorso costruito giorno dopo giorno era proprio quello di forgiare un gruppo capace di non scomporsi. E la rimonta, per quanto nata da un gol subìto, è la prova più evidente che questa alchimia esiste.




