Ferragosto di fuoco a Ceuta e Melilla, la Spagna e il Marocco blindano le frontiere: respinto il tentativo di assalto dei migranti
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Redazione Esteri
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Occhi puntati su Ceuta e Melilla, con le due exclave spagnole nel Nord Africa trasformate in presidi a cielo aperto nel giorno di Ferragosto. Il timore di un nuovo assalto di massa, alimentato nei giorni scorsi da un tam tam che rimbalzava sui social network, ha spinto le autorità di Spagna e Marocco a mettere in campo un dispositivo di sicurezza senza precedenti, blindando i valichi e presidiando ogni centimetro del confine.
Mentre l'allarme resta altissimo, a gettare un'ombra lunga sulla gestione europea del fenomeno migratorio arrivano però i nuovi dati diffusi da Frontex, l'agenzia per la guardia di frontiera dell'Unione Europea, che raccontano un arretramento significativo degli ingressi irregolari nel Vecchio Continente: nei primi sette mesi del 2026 si è registrato un calo del 37%, pari a circa 61.000 ingressi, un numero che sembra contraddire le immagini di tensione che arrivano dalle coste del Mediterraneo.
Il blitz nelle montagne di Fnideq
Proprio mentre l'attenzione dei media internazionali era concentrata sulle recinzioni di Ceuta e Melilla, le forze di sicurezza marocchine hanno sventato un tentativo organizzato che avrebbe potuto trasformarsi in un nuovo episodio critico per la gestione delle frontiere.
Secondo quanto riferito da fonti della sicurezza di Rabat, citate dall'agenzia di stampa Efe, un nutrito gruppo di aspiranti migranti, in prevalenza di nazionalità subsahariana, era riuscito a eludere i primi controlli nascondendosi in un'area montuosa nei pressi della città di Fnideq, conosciuta in spagnolo come Castillejos, situata a sud-ovest dell'exclave iberica.
L'operazione di contenimento, scattata nelle prime ore del mattino, ha portato al blocco di centinaia di persone che intendevano raggiungere in maniera irregolare il territorio spagnolo, con le forze dell'ordine che hanno circondato le colline circostanti per impedire ogni possibile varco lungo il perimetro di frontiera.
Dispositivo da campo di battaglia
Dal Tarajal a Benzù, i due valichi che delimitano i venti chilometri quadrati di territorio spagnolo in terra marocchina, la giornata del 15 agosto si è aperta sotto il segno di una mobilitazione imponente che ha coinvolto non solo la Guardia Civil e la polizia nazionale, ma anche reparti dell'esercito, dispiegati lungo le strade e sui crinali montuosi che dominano la frontiera.
L'intera area geografica è stata letteralmente disseminata di agenti e mezzi corazzati, in una sorta di cordone sanitario che aveva lo scopo dichiarato di dissuadere qualsiasi tentativo di valicare la recinzione, la cui altezza arriva fino a sei metri in alcuni tratti.
Eppure, nonostante l'enorme dispiegamento di forze e la tensione palpabile che si respirava nell'aria, a Ceuta non si è registrato alcun tentativo di assalto vero e proprio, come se la massa critica di migranti che ci si attendeva non si fosse materializzata o fosse stata efficacemente intercettata a monte dalle pattuglie marocchine.
La linea dura dell'Italia e il quadro europeo
In questo scenario di fibrillazione, la voce del governo italiano si è levata con toni decisi, ribadendo la posizione di fermezza che Roma intende mantenere sul dossier immigrazione.
Il ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi, ha infatti rilanciato l'appello a una svolta radicale nelle politiche di accoglienza, sostenendo che l'Europa non possa più permettersi di sottovalutare il fenomeno e che la lotta ai trafficanti di esseri umani debba diventare una priorità assoluta per tutti gli Stati membri, mettendo in guardia contro ogni forma di ambiguità che rischi di alimentare il business dello scafismo.
Sulla stessa lunghezza d'onda si è posto anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, il quale ha precisato che la posizione italiana non rappresenta una battaglia contro Madrid, bensì un'istanza volta a costruire una risposta comune e condivisa che metta al centro il principio della responsabilità condivisa, senza scaricare sui Paesi di primo approdo il peso di una gestione che dovrebbe essere necessariamente europea.
Resta inteso che, al di là delle dichiarazioni politiche, il vero banco di prova rimane la capacità dell'Unione di trasformare queste parole in azioni concrete sul campo, tra il crescente malcontento delle popolazioni locali e la necessità di garantire il rispetto dei diritti fondamentali di chi fugge da guerre e carestie.
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