La frecciata di Infantino e il calcio italiano: una dignità da ritrovare

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La "battuta", se così si può definire, pronunciata dal presidente della FIFA Gianni Infantino nei giorni scorsi – stando a quanto riportato dai media durante l'intervista rilasciata all'emittente brasiliana CazéTV – ha riacuto una ferita che il movimento nostrano credeva (forse incautamente) di aver almeno in parte rimarginato.

L’occasione era quella della presentazione del Mondiale a 48 squadre, un format già di per sé “inclusivo” secondo la linea di Zurigo, ma l’opinione pubblica sportiva è stata scossa da un’altra suggestione: l’ipotesi, ancora sul tavolo del Consiglio Fifa, di un ulteriore ampliamento a 64 partecipanti. Ed è qui che il numero uno del calcio mondiale, con un tono che ha definito ironico, ha affondo il coltello nella piaga azzurra: “Forse con 64 squadre l’Italia si qualificherebbe… potremmo arrivare a 208 per esserne sicuri”.

Il sarcasmo a doppio fondo e il retroscena mai sopito

Come spesso accade quando è Infantino a parlare, la frase – per quanto scherzosa – cela una complessità che va oltre il semplice sfottò. Le parole pronunciate, infatti, non sono piovute dal nulla in un contesto di amichevole cordialità, ma vanno lette sullo sfondo delle tensioni geopolitiche che hanno visto la Figc e la sua dirigenza prendere le distanze da alcune strategie espansionistiche della Fifa.

Il riferimento principale, per gli addetti ai lavori, riguarda la mancata candidatura congiunta per il Mondiale del 2030: un dossier, sostenuto a livello informale dall’apparato di Infantino, che avrebbe visto l’Italia affiancarsi a Egitto e Arabia Saudita per portare la massima competizione nel Belpaese. Una scelta, quella di rinunciare a questo asse, che l’attuale governo tecnico del calcio italiano ha motivato con la volontà di rimanere ancorati alle logiche della Uefa, suscitando però il malumore dei vertici mondiali.

Le reazioni tra orgoglio ferito e realismo amaro

A raccogliere il guanto di sfida non sono mancate le voci autorevoli del giornalismo sportivo e dell’associazionismo. Fabrizio Biasin, commentando l’accaduto sulle pagine di “Libero”, ha scolpito un sentimento diffuso di impotenza e amarezza, osservando come ormai “ci sfotte persino Gianni”, un riferimento a quelle origini italo-svizzere che una volta avrebbero imposto maggior rispetto.

Dall’altra parte, però, c’è la cruda oggettività dei numeri: la Nazionale manca l’appuntamento con la Coppa del Mondo dal lontano 2014, e la riforma dei tornei – in attesa di vedere gli effetti di questa edizione a 48 squadre – rischia di diventare l’ennesimo specchietto per le allodole se non si inverte la rotta.

Il ministro per lo Sport, dal canto suo, ha scelto la linea della cautela istituzionale, chiedendo un confronto diretto con il presidente della Fifa per fugare ogni equivoco, evitando così di alimentare ulteriormente una polemica che sa più di resa dei conti politica che di vera ironia.

Record negativi e competitività perduta

Nel frattempo, mentre i rappresentanti dei club e della Lega Serie A continuano a rivendicare presunti primati di appeal estero (invece sistematicamente smentiti dai bilanci e dal potere d’acquisto delle concorrenti britanniche o iberiche), il divario tecnico si fa ogni giorno più abissale. L’affermazione di Infantino, per quanto brutale, fotografa una realtà che i tifosi vivono ogni domenica: squadre italiane che faticano a incidere nelle fasi finali delle coppe europee e una crescente difficoltà a produrre talenti generazionali.

L’idea di un Mondiale a 64 squadre non è solo un’ipotesi organizzativa, ma è diventata il metro di una vergogna nazionale: quella di dover sperare in un allargamento del torneo per ritrovare un posto che, per storia e tradizione, dovrebbe essere occupato di diritto. E mentre all’estero si ride di questa decandenza, qui si cerca ancora di far passare la finale di Coppa Italia come un evento che “ci invidiano”, salvo poi scontrarsi con le umiliazioni pubbliche dei vertici del calcio globale.

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