L'Europa alla prova della sovranità digitale
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Redazione Economia
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L’Europa del digitale si trova davanti a un bivio. Da una parte la corsa dell’intelligenza artificiale, delle infrastrutture di calcolo e della connettività di nuova generazione; dall’altra il rischio di restare spettatrice di una partita che si gioca altrove, tra Stati Uniti e Cina.
Due ricerche recenti, lo studio “Lens” degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano e un’indagine di Accenture sull’intelligenza artificiale sovrana, restituiscono la stessa fotografia, letta da angolazioni diverse: un continente con eccellenze scientifiche, ma ancora troppo dipendente da tecnologie e capitali extra-europei.
Il peso dei numeri: un mercato nelle mani di pochi
I dati, del resto, parlano chiaro. Nel cloud computing, oltre l'80% del mercato europeo – circa 112 miliardi di euro – è saldamente in mano agli hyperscaler statunitensi. Una concentrazione che si replica nei data center, dove il 53% della potenza installata nel continente, pari a 7,4 gigawatt, è controllata da appena dieci operatori su 182 censiti, sette dei quali americani.
L’Italia, pur vivendo una fase di crescita come hub emergente con investimenti previsti fino a 25 miliardi di euro entro il 2028, non fa eccezione: quasi la metà di questi capitali, il 45%, arriva da tre soli hyperscaler cloud statunitensi, consolidando una dipendenza che rischia di minare alla radice qualsiasi ambizione di autonomia.
La fotografia scattata dagli Osservatori del Politecnico racconta di un’Europa che eccelle nella ricerca, ma che fatica a tradurre il proprio potenziale scientifico in una leadership industriale, frenata da una cronica dispersione di risorse e da un gap di investimenti strutturale. Un paradosso continentale che, come emerso durante l’evento LENS 2026, trasforma la trasformazione digitale da questione tecnica a pura sfida geopolitica.
La visione di Cisco: infrastrutture agili e talento locale
Non un prodotto, ma un intero modo di intendere l’infrastruttura tecnologica. È questa, in sintesi, la visione con cui Cisco affronta oggi il tema della sovranità digitale, diventato negli ultimi mesi uno dei punti cardine delle strategie di imprese e pubbliche amministrazioni europee.
A raccontarla è Agostino Santoni, vice presidente Cisco South Europe, che parte da un dato identitario dell’azienda: “Siamo in Italia e in Europa da più di 30 anni e siamo un’azienda globale: l’ascolto dei clienti europei e italiani, insieme ai nostri partner, è il fondamento della cultura e della strategia Cisco dal giorno uno della sua creazione”. Un radicamento che, secondo Santoni, cambia il modo in cui va letto il concetto di sovranità: non come vincolo, ma come possibilità di scelta. “Il tema della sovranità va affrontato come un concetto di autonomia – spiega –. l’obiettivo è fare in modo che aziende e istituzioni non solo siano supportate da un insieme di livelli tecnologici aderenti alle normative, ma abbiano soprattutto la facoltà di scegliere un percorso che le renda autonome nella gestione e nella creazione delle proprie infrastrutture”.
In questa cornice si inserisce la Sovereign Critical Infrastructure, presentata da Cisco il 25 settembre 2025: un pacchetto di tecnologie completo e configurabile, implementabile on-premise anche in modalità completamente isolata, air-gapped. Lo scorso 20 aprile l’offerta è stata estesa a tutta l’area Emea, accompagnata dalla nascita dei Critical National Services Centers. Una precisazione che per Santoni è cruciale: la stessa tecnologia è disponibile anche come offerta cloud pubblica, as a service.
“L’obiettivo – ribadisce – è garantire al cliente libertà di scelta, controllo, autonomia”. Ma la sovranità tecnologica, avverte Santoni, non si esaurisce nel perimetro dei dati e degli apparati. “La sovranità nasce dal talento locale”. Un concetto che per Cisco si traduce in impegno concreto: dall’avvio delle Cisco Networking Academy nel 1999 sono stati formati oltre 500mila cittadini italiani, numeri analoghi in tutta Europa.
Il ruolo delle telco e la sfida delle infrastrutture critiche
La sovranità tecnologica europea entra così in una nuova fase, che non riguarda più soltanto le norme, la tutela dei dati o la localizzazione dei server, ma investe la capacità concreta di progettare, finanziare e gestire le infrastrutture sulle quali poggerà l’economia digitale. Cloud, semiconduttori, data center e sistemi di intelligenza artificiale diventano componenti della sicurezza economica. In questo scenario, le società di telecomunicazioni possono assumere un ruolo molto più ampio rispetto alla semplice fornitura di connettività.
Tuttavia, il mercato delle telecomunicazioni europeo soffre di una polverizzazione che non ha eguali: mentre negli Stati Uniti operano solo 3 grandi attori e in Cina 4, l’Unione Europea ne conta ben 34. Il caso italiano è emblematico delle difficoltà del settore: dal 2010 a oggi, i ricavi degli operatori nazionali sono crollati del 30% e l’EBITDA del 50%, in un contesto dove il 55% del traffico dati è generato dalle big tech americane, che utilizzano le infrastrutture senza contribuire ai costi di rollout.
L’evoluzione dell’intelligenza artificiale sta attraversando una cesura storica. Fino a tempi recenti, il dibattito tecnologico si è concentrato prevalentemente sulla miniaturizzazione e sulla localizzazione della potenza di calcolo, un paradigma incarnato dai “supercomputer personali”. Oggi, la narrazione tecnologica è dominata da due traiettorie complementari dell’hardware per l’intelligenza artificiale: da un lato la corsa ai modelli fondazionali, dall’altro la consapevolezza che le infrastrutture di calcolo sono il vero collo di bottiglia.
La Commissione europea ha proposto di custodire i dati più delicati in cloud sovrani classificati in quattro livelli di sovranità, rendendo molto difficile che queste infrastrutture appartengano a imprese americane. E mentre l’UE lavora al “Chips Act 2. 0” per incentivare la produzione locale di semiconduttori, la partita dell’intelligenza artificiale si gioca sui modelli fondazionali, dove l’Europa può ancora recuperare terreno grazie alla competitività nella ricerca, a patto di agire come un unico blocco e superare la frammentazione che ha finora caratterizzato le politiche industriali nazionali.
Il banco di prova della pubblica amministrazione
La pubblica amministrazione rappresenta il banco di prova più significativo per la sovranità digitale europea. Come emerso durante l’evento LENS, il digitale in pochi anni è passato da strumento operativo a leva strategica per imprese, istituzioni e sistemi Paese. In uno scenario geopolitico in profonda evoluzione, infrastrutture critiche come capacità computazionale, cloud e connettività stanno diventando asset cruciali, su cui l’Europa ha il dovere di giocare una partita.
La rettrice del Politecnico di Milano, Donatella Sciuto, ha sottolineato come “in una situazione geopolitica sempre più complessa, il tema della sovranità tecnologica è centrale per l’Europa, che deve competere alla pari con le altre grandi potenze”. I segnali, seppur positivi con proposte come i duecento miliardi su Invest AI e i 175 miliardi per il nuovo programma quadro FP10, non bastano: è necessario investire di più, ma anche collaborare meglio, per evitare dispersione nell’utilizzo delle risorse.
Per Andrea Rangone, co-founder degli Osservatori Digital Innovation, “la sovranità digitale diventa un tema strategico per l’Italia e per l’Europa: non possiamo permetterci di non governare appieno questo sistema nervoso, di dipendere eccessivamente da scelte politiche ed economiche di altre aree geopolitiche”.
Rafforzare le infrastrutture digitali, sviluppare competenze e creare un ecosistema dell’innovazione integrato tra ricerca, industria e istituzioni: questa è la priorità che emerge dalle analisi, in un momento in cui l’Europa è chiamata a dimostrare di saper fare, non solo regolamentare.
L’autonomia non è un prodotto, ma un percorso che passa attraverso scelte consapevoli, come quella di formare talenti locali e investire in infrastrutture che garantiscano la libertà di scelta, come ribadito da Cisco: un esempio concreto di come l’industria possa contribuire a costruire quella sovranità che, altrimenti, rischierebbe di restare un’ambizione teorica.




