La lettera di Svitolina per Monfils e l’ultimo saluto del “mago” al Roland-Garros

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Redazione Sport Redazione Sport   -   C’è un modo, per certi atleti, di raccontare l’addio senza mai usare quella parola. Elina Svitolina, tennista ucraina fresca vincitrice degli Internazionali d’Italia, ha scelto la forma della lettera – pubblicata su Players’ Tribune – per spiegare alla figlia Skai, che oggi ha tre anni, chi sia davvero suo padre, Gaël Monfils. Lo fa chiamandolo «un mago», perché al primo appuntamento, racconta, lui si presentò con un mazzo di carte da gioco. E quella scenetta, apparentemente futile, diventa nella narrazione della giocatrice il tratto distintivo di un uomo che ha costruito l’intera carriera sul filo dell’imprevedibilità. La lettera, scritta come una favola, non nasconde però la realtà: Monfils, trentanove anni, ha dichiarato che questa sarà la sua ultima stagione da professionista. «Spero che un giorno leggerai i pensieri di tua madre – scrive Svitolina rivolgendosi alla bambina – e allora capirai».

Ma il tennis, si sa, ama i grandi gesti collettivi più di quanto ami le solitudini del campo. E così il Roland-Garros, che della terra rossa parigina è il tempio, ha organizzato per lui una serata che nessuno dimenticherà. Per la prima volta nella storia dello Slam, il campo Philippe-Chatrier è stato interamente messo a disposizione di un singolo giocatore per una celebrazione: tribune esaurite, musica dal vivo, lacrime trattenute a stento e tanti, tantissimi campioni scesi in campo per abbracciarlo. L’evento, battezzato “Gaël & Friends”, ha trasformato quella che poteva essere una semplice cerimonia d’addio in una sorta di spettacolo totale, all’altezza di un uomo che per vent’anni è stato l’ultimo vero showman del circuito.

Il party sul centrale con Sinner, Djokovic e il saluto francese

Sul rosso del Chatrier, giovedì sera, si sono alternati avversari di ieri e compagni di mille battaglie. Tra loro, Novak Djokovic, Jannik Sinner, Alexander Zverev e Stefanos Tsitsipas: tutti presenti, tutti a loro modo parte di quella “festa” che Monfils – ex numero sei del mondo – ha seminato per due decenni. Non c’era un trofeo in palio, e forse è proprio per questo che l’atmosfera riusciva così autentica. Perché in un’epoca in cui il tennis sembra sempre più dominato da macchine perfette, lui ha rappresentato l’eccezione: il recupero impossibile, la smorzata di rovescio che non insegni a nessun manuale, la danza sulla linea di fondo che faceva alzare gli spettatori anche quando perdeva.

E proprio in quella serata si è celebrato il paradosso di Monfils: un giocatore capace di riempire i campi di tutto il mondo senza aver mai vinto uno Slam, amato dal pubblico forse più di tanti numeri uno, ma sempre consapevole che il suo tempo, da professionista, stava per scadere. La moglie, nella lettera, non lo dice esplicitamente; lo accenna invece attraverso quell’immagine delle carte da gioco – un prestigiatore che fa sparire le distanze, i dolori, le sconfitte, e le sostituisce con un sorriso o un gesto tecnico che lascia tutti a bocca aperta.

Un addio senza retorica, tra favole per bambini e ricordi di spogliatoio

Non c’è, in questo racconto a due voci, nessuna volontà di costruire una leggenda postuma. Svitolina evita le retoriche del “campione immortale” e preferisce il tono intimo di chi parla a una figlia che forse, tra qualche anno, guarderà i vecchi video del padre e cercherà di capire perché tutti lo chiamavano “La Monf'”. E la risposta, l’ucraina la affida a un aneddoto: quel primo appuntamento, appunto, con il mazzo di carte. L’uomo che sa intrattenere, che trasforma un semplice incontro in uno spettacolo, che non ha mai smesso di giocare anche quando il risultato diceva il contrario.

Lo hanno capito bene anche gli organizzatori del Roland-Garros, quando hanno deciso di dedicargli un intero evento benefico – il ricavato, va detto senza entrare nei dettagli, è andato a fini sociali. Non era scontato, per un tennista che non ha vinto uno Slam, ricevere un trattamento da superstar. Eppure, sul Philippe-Chatrier giovedì sera, non c’era nessuno che si chiedesse se ne fosse valsa la pena. C’erano invece Djokovic che rideva a bordo campo, Sinner che scambiava qualche colpo sotto le luci, e Zverev che si prestava al gioco come se fosse un'esibizione tra amici. Perché in fondo, forse, era proprio questo: un gruppo di colleghi che salutano un compagno d’avventure, uno di quelli che quando entra nello spogliatoio lo riempie di energia.

Vent’anni di carriera, una lettera e l’ultimo valzer sulla terra

Monfils ha detto che questa è la sua ultima stagione. Lo ha detto chiaro, senza mezzi termini, e la lettera di Svitolina non fa che confermare dall’esterno quella scelta: c’è una bambina di tre anni che cresce, un padre che vuole esserci, un che dopo vent’anni di centimetri percorsi a rotta di collo chiede un'altra velocità. Ma il tennis, si sa, non è fatto solo di classifiche e di numeri. È fatto anche di queste serate – le tribune piene per l’ultimo ballo di un funambolo, le lacrime nascoste dietro un paio di occhiali da sole, la musica che si spegne mentre il pubblico applaude ancora.

E così, mentre il Philippe-Chatrier si svuotava lentamente, restava addosso a chi c’era la sensazione di aver assistito a qualcosa di più di una semplice partita o di un semplice addio. Restava la storia raccontata come una favola a una bambina che un giorno, magari, prenderà in mano quelle stesse carte da gioco e capirà che suo padre, sì, era davvero un mago. Non per i trofei, non per i numeri da classifica, ma per quella capacità rarissima di trasformare il gesto atletico in poesia. E di farlo senza mai chiedere niente in cambio.

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