Half Man, la recensione: quando l'amicizia diventa morso e la mascolinità tossica secondo Richard Gadd
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Cultura e Spettacolo
-
Da oggi, 25 aprile 2026, è disponibile in streaming su HBO Max quella che, con ogni probabilità, si candida a essere la visione più disturbante e necessaria dell’anno televisivo. Sto parlando di Half Man, la nuova miniserie creata, scritta e interpretata da Richard Gadd. Lo si ricorderà, lo scozzese è l’artefice del fenomeno Baby Reindeer, quella piccola bomba a orologeria uscita in sordina su Netflix che, a dispetto delle premesse, ha spazzato via tutto ai Premi Emmy, portandosi a casa sei statuette (tra cui quelle per la miglior miniserie e la miglior sceneggiatura). E proprio mentre ci si chiedeva come si potesse replicare – o addirittura superare – un tale livello di introspezione dolorosa, Gadd risponde traslocando su HBO e confezionando sei episodi (che usciranno con cadenza settimanale fino al 29 maggio) incentrati su un’altra forma, altrettanto livida, di abuso: quella che chiamiamo “mascolinità tossica”, ma che lui preferisce raccontare attraverso le crepe dell’anima piuttosto che attraverso gli slogan.
Half Man non offre facili vie d’uscita. La regia, affidata ad Alexandra Brodski, ci spalanca le porte di una Glasgow grigia e opprimente, crocevia di destini incrociati tra gli anni Ottanta e i giorni nostri. Al centro c’è il legame (sarebbe riduttivo chiamarlo amicizia o fratellanza) tra Niall e Ruben. Da una parte Jamie Bell, straordinario nel ruolo di un uomo che, apparentemente, ha tutto per essere felice (siamo al suo matrimonio), ma che tradisce immediatamente un’angoscia primordiale. Dall’altra, Richard Gadd nei panni di Ruben: un ex detenuto che ha scontato due anni in un riformatorio per aver letteralmente mozzato il naso a un uomo a morsi. Un dettaglio, quest’ultimo, che non è mai gratuito, ma che funge da cifra narrativa per un animale umano la cui unica risposta al dolore è la violenza cieca.
La costruzione narrativa, in questo senso, è il vero punto di forza dell’operazione. Gadd sceglie di suddividere la miniserie in due blocchi temporali ben distinti: se nella seconda parte del racconto vediamo i corpi devastati dei protagonisti (Jamie Bell e Gadd adulti), la prima metà della serie è letteralmente portata sulle spalle dei due giovani attori Mitchell Robertson e Stuart Campbell. Sono loro a mostrarci l’origine del male, quel terreno fertile di bullismo e repressioni in cui germoglia il rapporto tra Niall e Ruben. L’uno, remissivo e preso di mira dai compagni (viene chiamato "Bambi" con disprezzo), l’altro, appena uscito dal carcere minorile, che si installa nella sua camera e ne impone le regole. Non c’è spazio per l’ambiguità morale comoda: la scrittura di Gadd insiste su una zona grigia in cui la protezione sfuma nel possesso e l’affetto si trasforma in sopraffazione, specialmente in una delle sequenze più discusse relative alla "prima volta".
Questa serie arriva in un momento storico preciso, forse senza neppure cercarlo troppo. A più di un anno dalla riconferma di Trump alla presidenza degli Stati Uniti, il dibattito culturale sulla virilità e sul potere maschile non ha perso un grammo della sua urgenza, anzi. Eppure, Half Man riesce a tenersi lontano dalla sociologia da due soldi per scavare nel viscerale. Gadd, che qui recita con una muscolatura e una ferocia mai viste prima (l’attore ha dichiarato di essersi ispirato all’immagine di un "cinghiale" per costruire la camminata e il ringhio di Ruben), non interpreta un mostro, ma un contenitore di traumi che nessuno ha mai avuto l’interesse o il coraggio di disinnescare. Per chi aveva amato la vulnerabilità di Donny Dunn in Baby Reindeer, questa prova attoriale segna un contraltare perfetto: se prima Gadd era la vittima accerchiata, oggi è il carnefice che stride, ma che conserva una umanità spaventosamente riconoscibile nello sguardo smarrito quando la furia si placa.
L’invasione della quiete: quando un ospite indesiderato sconvolge la festa
La sceneggiatura, inoltre, gioca con la suspense psicologica in modo quasi opprimente. La serie non ci chiede di simpatizzare con Ruben, né ci condanna a subire passivamente la sua furia. L’incipit, con Niall in kilt e il feroce Ruben a torso nudo legato a un pilastro, è un colpo al cerchio dello stomaco che condensa trent’anni di rabbia repressa in un unico, claustrofobico faccia a faccia. E mentre il resto degli invitati balla fuori dal granaio, lo spettatore è costretto ad assistere a un rituale di riconciliazione e resa dei conti che sa di sangue. È in questa tensione che risiede gran parte della riuscita della miniserie: Gadd sa che il pubblico di oggi è intelligente, sa che ha digerito Adolescence e i meccanismi del trauma, e per questo non edulcora nulla. Le scene di violenza (fisica e psicologica) sono girate con un realismo che punta a nauseare, ma che non scade mai nello splatter gratuito proprio perché funzionale alla tesi di fondo: molta della violenza maschile nasce da un’incapacità di elaborare il dolore, non da un vuoto etico.
C’è, è bene dirlo, il rischio che questa struttura a incastro possa apparire artificiosa. Il salto temporale tra i giovani attori e le star, se da un lato permette una resa organica della maturazione dei corpi, dall’altro impone un brusco cambio di registro che richiede allo spettatore un’attenzione quasi clinica. Non siamo di fronte a una narrazione lineare: i flashback non servono a spiegare, ma a spaccare in due la temporalità, mostrando come il ragazzino indifeso e il giovane delinquente siano ancora intrappolati dentro gli adulti che vediamo sullo schermo. È un meccanismo che arricchisce la drammaturgia, anche se, in alcuni passaggi del terzo e quarto episodio, rischia di far perdere il fiato al ritmo. Tuttavia, la prova di Jamie Bell è così calibrata da tenere insieme ogni singolo filo.
Il peso specifico di un ritorno (e l’assenza di risposte facili)
A differenza di Baby Reindeer, dove l’auto-fiction offriva una chiave di lettura esterna (la storia realmente accaduta a Gadd con una stalker), Half Man si muove completamente nel campo della pura invenzione letteraria. L’autore, che ha accantonato la sceneggiatura nel 2019 prima dello scoppio pandemico e del successo della sua opera precedente, non cerca qui la pietà del pubblico. Anzi: scegliendo di vestire i panni dell’aggressore, compie un’operazione di rottura con il proprio personaggio pubblico. Non c’è redenzione per Ruben, non c’è un momento "Eureka" in cui l’uomo si scusa o capisce di aver sbagliato; c’è solo la consapevolezza, amarissima, che certi legami sono indistruttibili proprio perché forgiati nell’umiliazione e nel sangue. Niall, da parte sua, non è la vittima perfetta: la sua codardia, i suoi silenzi, la sua incapacità di allontanare l’amico-fratello-tormentatore lo rendono complice, in qualche misura, attivo della propria disfatta. Questa scelta coraggiosa, che evita qualsiasi facile piagnisteo, rischia di lasciare un senso di impotenza nello spettatore abituato ai lieto fine delle serie mainstream.
Dal punto di vista produttivo, si nota l’impronta di HBO nella pulizia formale della fotografia e nella cura degli anni Ottanta, ma Gadd non si perde mai in citazioni nostalgiche. L’orrore è nei dettagli quotidiani: la ruggine del lavandino, il fumo delle fabbriche, il sudore che cola sulle magliette strappate durante le risse in cortile. Per gli amanti delle serie evento, Half Man è uno schiaffo, non una carezza. E se con Baby Reindeer Gadd aveva sdoganato il racconto dello stalking nelle case di tutto il mondo, qui alza ulteriormente la posta in gioco, dimostrando che il suo sguardo sulla fragilità umana – soprattutto quella maschile, violenta e repressa – è tra i più necessari del panorama seriale contemporaneo.




