Iran e il rebus visti per i mondiali 2026: domani l’incontro con la Fifa

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Redazione Sport Redazione Sport   -   A meno di un mese dal calcio d’inizio della Coppa del Mondo 2026 – che per la prima volta nella storia si giocherà in tre Paesi, Canada, Messico e Stati Uniti – la nazionale iraniana si trova ancora impigliata in una matassa burocratica dalle pesanti ricadute sportive. Il nodo, sostanzialmente, è uno solo e risponde al nome del visto d’ingresso negli Stati Uniti: Washington non ha ancora autorizzato l’ingresso ai calciatori e ai dirigenti della federazione persiana. Alcuni di loro, va detto, erano già stati respinti alla frontiera canadese nelle settimane scorse; un dettaglio che fa presupporre una certa rigidità nell’approccio delle autorità nordamericane, le quali – va ricordato – controllano l’accesso al proprio territorio in modo autonomo e non sempre allineato alle logiche del calcio che conta.

Il silenzio di Washington e le mosse della federazione iraniana

Della situazione, piuttosto tesa, ha parlato il presidente della Federcalcio iraniana, Taj, intervenuto ai microfoni dell’agenzia di stampa Irna. Le sue parole fotografano un quadro di incertezza: «Non abbiamo ricevuto alcuna comunicazione dall’altra parte riguardo alle persone che hanno ottenuto i visti». Una dichiarazione che suona come un campanello d’allarme, se si considera che i tempi tecnici per il rilascio di un visto – specie in periodi di alta tensione geopolitica – non sono certo brevi. Eppure, la delegazione persiana è già partita alla volta degli Stati Uniti, pur con un’anticipazione tattica: prima di varcare il confine americano, la squadra effettuerà un ritiro in Turchia, una sorta di camera di compensazione geografica in attesa di novità.

Il nodo della cerimonia a Teheran e il peso delle parole pubbliche

Mercoledì 13 maggio, in Piazza Enghelab (cioè “Rivoluzione”) nel cuore di Teheran, i giocatori hanno sfilato su un palco durante una cerimonia che – a giudicare dai toni – aveva dell’evento politico più che del semplice rito di saluto a una spedizione sportiva. La nazionale è stata presentata come «una squadra in tempo di guerra, pilastro di resistenza»; espressioni che, inevitabilmente, rischiano di allontanare ulteriormente la possibilità di un rapido sblocco della pratica visti. Va da sé che, in un contesto simile, ogni parola pubblica pesa come un macigno. L’Iran, nel frattempo, ha già svelato la maglia che indosserà nel torneo, inserendovi un messaggio cifrato – un dettaglio che molti osservatori hanno letto come un atto di affermazione identitaria prima ancora che una scelta di marketing.

L’incontro decisivo con la Fifa entro 48 ore

La Federcalcio iraniana, consapevole dell’urgenza, ha fissato un incontro con la Fifa per le prossime 48 ore. L’obiettivo – dichiarato, seppur tra le righe – è provare a sbloccare una situazione che rischia di trasformarsi in un caso diplomatico a cinque cerchi (anzi, a 32 squadre, visto che l’edizione 2026 ne prevede 48). L’Iran è una delle nazionali qualificate e non ha mai ufficialmente rinunciato alla partecipazione, nonostante mesi di dubbi legati a motivi extracalcistici. L’esordio è previsto per il 15 giugno, e il tempo stringe in modo inesorabile. L’Italia, è vero, è stata ripescata, ma quello è un altro capitolo della cronaca. Quel che conta ora è il filo diretto tra Teheran e Zurigo: se entro domani non arriveranno segnali concreti, l’intera spedizione persiana – già partita, già carica di simboli, già ferma ai confini invisibili del visto – potrebbe trovarsi di fronte a un muro di gomma peggiore di qualsiasi difesa avversaria.

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