Un verdetto storico: Google e Meta ritenute responsabili di aver progettato i social per creare dipendenza
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Redazione Esteri
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C’è stata una settimana, quella che si è chiusa mercoledì 25 marzo, in cui l’industria tecnologica ha smesso – forse per la prima volta in modo così netto – di sentirsi intoccabile. Una giuria di Los Angeles, dopo oltre quaranta ore di deliberazione distribuite in nove giorni, ha emesso una sentenza destinata a lasciare il segno, dichiarando Google e Meta colpevoli di negligenza per il modo in cui hanno progettato le loro piattaforme. Il verdetto, che molti osservatori non hanno esitato a definire storico, riguarda nello specifico il caso di una giovane donna, ora ventenne, identificata con le iniziali K.G.M., che aveva iniziato a utilizzare YouTube a sei anni e Instagram a nove, sprofondando in una spirale di ansia e depressione che l’avvocato della ricorrente ha descritto come conseguenza diretta di un meccanismo pensato per trattenerla sullo schermo.
Il punto centrale, ciò che rende questa decisione così dirompente rispetto al passato, è l’oggetto del contendere. Non si è discusso tanto dei contenuti pubblicati dagli utenti – un terreno minato su cui le piattaforme si sono sempre trincerate dietro la protezione del Communications Decency Act – quanto piuttosto dell’architettura stessa delle applicazioni. Gli avvocati della parte civile hanno portato in aula elementi ormai noti agli addetti ai lavori ma raramente al centro di un’azione giudiziaria di questa portata: lo “scroll infinito” (quella funzionalità che rende inesauribile il flusso di informazioni), le raccomandazioni algoritmiche che cuciono addosso all’utente un abito su misura di contenuti e l’assenza di barriere efficaci per i più piccoli. Tutti questi fattori, secondo l’accusa, non sono semplici caratteristiche tecniche, ma scelte deliberate – manipolative – per incentivare un uso compulsivo, sfruttando la vulnerabilità di un’utenza giovane per trasformarla in consumatrice assidua.
Dalla denuncia di una ragazza alla condanna da sei milioni di dollari
La vicenda giudiziaria prende le mosse dalla denuncia di Kaley G. (questo il nome completo emerso durante le udienze), che ha raccontato alla giuria di aver smesso di interagire con la propria famiglia, assorbita completamente da uno schermo che le proponeva filtri per modificare il proprio aspetto fisico – rendendo il naso più piccolo, gli occhi più grandi – fino a sviluppare un disturbo di dismorfismo reo. La sua testimonianza, corroborata da verbali di psicologi e psichiatri, ha dipinto il ritratto di un’infanzia trascorsa in balia di un algoritmo progettato per non lasciare scampo. La giuria ha stabilito un risarcimento complessivo di sei milioni di dollari, di cui tre per i danni morali e tre a Titolo punitivo, suddivisi tra le due società: a Meta, proprietaria di Instagram, è andato il 70% della somma, mentre a Google, che controlla YouTube, è toccato il restante 30%.
Durante il processo, durato più di un mese, sono emersi dettagli che rivelano una strategia aziendale lungimirante, se non spietata. I legali della giovane hanno portato in aula annotazioni interne firmate dallo stesso amministratore delegato di Meta, Mark Zuckerberg, e da altri dirigenti, in cui si teorizzava la necessità di agganciare gli utenti fin dalla preadolescenza: l’idea, esplicitata in quei documenti, era che conquistare un ragazzo in tenera età significasse assicurarsi un consumatore fedele per l’intera vita. Una logica, quella del “prima li prendiamo meglio è”, che ha trovato una corrispondenza perfetta nelle parole della stessa ricorrente, la quale ha dichiarato di non aver mai incontrato un blocco all’accesso, nonostante avesse iniziato a usare i social quando la legge californiana, così come i termini di servizio delle piattaforme, avrebbero dovuto impedirlo.
Il precedente del New Mexico e l’ombra dell’industria del tabacco
Il verdetto di Los Angeles, per quanto clamoroso, non è stato l’unico colpo inferto ai colossi di Silicon Valley in quella stessa settimana. A meno di quarantotto ore di distanza, un’altra giuria – questa volta a Santa Fe, nel New Mexico – aveva infatti dichiarato Meta responsabile di aver favorito lo sfruttamento sessuale dei minori sulle proprie piattaforme (Facebook, Instagram e WhatsApp), imponendo una sanzione civile di 375 milioni di dollari. Due decisioni consecutive che, se lette in parallelo, segnano un cambio di paradigma giuridico: non più la schermatura offerta dalla Sezione 230, che tradizionalmente sollevava le piattaforme dalla responsabilità sui contenuti di terzi, ma un’imputazione diretta legata al “design” del prodotto.
Un’analogia che molti hanno evocato, dentro e fuori l’aula, è quella con l’industria del tabacco. Così come decenni fa si è dovuto riconoscere che le sigarette erano progettate per creare dipendenza attraverso l’aggiunta di nicotina, oggi si comincia a sostenere che i social network siano ingegnerizzati per innescare un meccanismo compulsivo analogo. La tecnologia, insomma, non è più vista come uno strumento neutro che si piega passivamente ai desideri dell’utente. La sentenza di Los Angeles sancisce in modo esplicito che esiste una responsabilità diretta per chi costruisce questi mezzi, specie quando questi vengono utilizzati da soggetti particolarmente vulnerabili come i bambini e gli adolescenti.
Le reazioni e le prossime battaglie legali
Le reazioni delle società coinvolte non si sono fatte attendere. Attraverso i propri portavoce, sia Meta che Google hanno fatto sapere di “rispettosamente non essere d’accordo” con il verdetto, annunciando l’intenzione di presentare ricorso. La posizione della difesa, ribadita più volte nel corso del processo, è che la salute mentale degli adolescenti è una questione “profondamente complessa” che non può essere ricondotta all’utilizzo di una singola applicazione. Nel caso specifico, i legali di Meta avevano cercato di spostare l’attenzione sulle difficoltà familiari vissute dalla giovane durante l’infanzia, tentando di dimostrare che le cause del disagio fossero di altra natura. YouTube, dal canto suo, ha sostenuto di essere una piattaforma di streaming costruita in modo responsabile, piuttosto che un social network nel senso stretto del termine.
Ciò che rende questa vicenda ancora più rilevante, però, è il contesto in cui si inserisce. Il caso di Kaley G. era stato scelto come “test case” per migliaia di cause consolidate, intentate da oltre 1.600 ricorrenti che includono centinaia di famiglie e distretti scolastici. Snap (proprietaria di Snapchat) e TikTok, inizialmente citate in giudizio, avevano raggiunto un accordo extragiudiziale prima dell’inizio del processo, scegliendo di uscire dal braccio di ferro prima che si arrivasse a una sentenza potenzialmente esemplare. Per Meta e Google, invece, la partita è solo all’inizio: il verdetto apre la strada a una stagione di contenziosi senza precedenti, in cui il design delle piattaforme – e non solo i contenuti – sarà sottoposto al vaglio dei tribunali.
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