Addio a Giuliano Besson, azzurro della Valanga e secondo sulla Streif
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Redazione Sport
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Il mondo dello sci alpino, che in quegli anni ruggenti seppe incantare con imprese memorabili, perde un altro dei suoi protagonisti: Giuliano Besson si è spento a 75 anni per un malore improvviso, lasciando un vuoto in quella che fu la leggendaria Valanga Azzurra. Nato a Sauze d’Oulx, un paese del Piemonte che ha dato i natali a molti campioni, proprio il primo giorno del 1950, Besson ha incarnato lo spirito di un’epoca in cui lo sci italiano, uscendo dai confini elitari, si è trasformato in un fenomeno di popolo. Con lui, infatti, gareggiavano atleti del calibro di Gustav Thöeni e Piero Gros, formando un gruppo, quello della nazionale, che seppe dominare le piste di tutto il mondo con una forza travolgente e inedita.
La carriera agonistica e il podio a Kitzbühel
Specialista delle discipline veloci, un “ribelle” come qualcuno lo ha definito per il suo approccio passionale e diretto, Besson raggiunse l’apice della sua carriera in Coppa del Mondo nel 1974, quando conquistò un prestigioso secondo posto in discesa libera sulla Streif di Kitzbühel, un tracciato mitico e temutissimo che rappresenta, ancora oggi, il banco di prova supremo per ogni discesista. Quel risultato, che rimane il suo più importante in carriera, non fu un caso isolato ma il frutto di un talento riconosciuto, che lo aveva già portato a rappresentare l’Italia alle Olimpiadi di Sapporo 1972. In quella occasione, un appuntamento iridato che valeva anche come Campionato del Mondo, si classificò undicesimo nella discesa libera, mentre nello stesso anno si era aggiudicato il titolo nazionale della specialità.
La vita dopo le gare e l’impegno imprenditoriale
Una volta chiusa la parentesi agonistica, che lo aveva visto protagonista negli anni Settanta, Besson non abbandonò l’ambiente che tanto amava, riuscendo a reinventarsi con successo come imprenditore. Fondò, infatti, un proprio marchio di abbigliamento sportivo, un’attività che portò avanti con la stessa dedizione dimostrata in pista. “Sono un ragazzo a cui lo sport ha cambiato la vita”, amava ripetere, descrivendosi come una persona profondamente legata alla montagna e ai suoi valori. Di recente, aveva anche deciso di raccontare la sua esperienza in un’autobiografia, un modo per tramandare i ricordi di un periodo irripetibile.
Il ricordo e l’eredità di un’epoca
La notizia della sua scomparsa, diffusa dalla Federazione italiana sport invernali attraverso un comunicato sul proprio sito, riporta alla luce le gesta di una generazione di atleti che ha scritto pagine indelebili nella storia dello sport nazionale. La sua figura, come quella dei suoi compagni di squadra, rimane legata a un momento di straordinaria vitalità per lo sci alpino, un’epoca in cui i successi, arrivati a ripetizione, appassionarono milioni di italiani e contribuirono a far crescere la disciplina. La sua storia, da atleta a imprenditore, racchiude in sé il percorso di un uomo che dalla montagna e dallo sport ha tratto ispirazione per tutta la vita.




