Le parole del Papa sull'aborto e il diritto alla vita che scivola via

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   In una società che spesso sembra smarrire punti di riferimento essenziali, distratta da narrazioni contrastanti e da priorità dettate dall’effimero, un diritto fondamentale continua a essere relegato ai margini del dibattito pubblico, consegnato a un oblio che ne svilisce la portata universale. È il diritto alla vita, quello più elementare e connesso all’esistenza stessa, che invece viene sistematicamente negato alle persone più piccole e indifese, quelle che non sono ancora nate, attraverso legislazioni e politiche che ne decretano l’esclusione. Papa Leone XIV, in occasione della vigilia della Giornata per la Vita, ha affrontato senza ambagi questa deriva, denunciando l’inclinazione di una cultura che, mentre da un lato giustifica e invoca alcuni diritti, dall’altro ne nega altrettanto platealmente degli altri, per evitare di confrontarsi con le conseguenze di scelte sbagliate o con meccanismi di esclusione. Il pontefice ha messo in guardia dal pericolo di ridurre un bambino a mero prodotto, soggetto a desideri che ne cancellano l’intrinseca dignità.

Una citazione che risuona come un monito

Rivolgendosi agli aspiranti operatori umanitari, Leone XIV ha scelto di richiamare l’insegnamento di Madre Teresa di Calcutta, le cui parole, pronunciate in un contesto internazionale, mantengono una sconvolgente attualità. «Chi esclude dalla vita un nascituro non può servire un popolo»: questa affermazione, che il Papa ha ripreso, funge da cardine di un ragionamento più ampio sulla costruzione di una pace autentica. Il riferimento esplicito è stato al discorso di accettazione del premio Nobel per la pace del 1979, quando la religiosa definì l’aborto «il più grande distruttore della pace», una dichiarazione che allora lasciò attonita la platea e che oggi, riproposta, suona come un severo richiamo a riconsiderare le basi stesse della convivenza civile.

La pace minacciata dalla logica dello scarto

Nel suo intervento alla Sala Clementina, il Pontefice ha articolato un concetto che va oltre la semplice opposizione dottrinale, collegando la difesa della vita nascente a una visione organica della società. Ha parlato, non a caso, di una «guerra» che l’umanità conduce contro se stessa quando decide di emarginare i deboli, di ignorare i poveri e di voltare le spalle al profugo e all’oppresso. All’interno di questa logica perversa, che definisce chi è degno di esistenza e chi no, l’aborto si configura come l’episodio più estremo e radicale di un medesimo principio di esclusione. Una politica che voglia dirsi veramente al servizio dei popoli, ha sottolineato Leone XIV, non può permettersi di escludere «coloro che stanno per venire al mondo», così come non può abbandonare chi vive nell’indigenza materiale e spirituale. Sono due facce della stessa medaglia, due manifestazioni di un’unica crisi antropologica.

Il record del 2025 e il dibattito silenziato

Le parole del Papa giungono in un momento in cui le statistiche, pur nella loro aridità numerica, raccontano una tendenza preoccupante, con il 2025 che ha segnato un record di interruzioni di gravidanza. Un dato che, se da un lato può essere letto in vari modi, dall’altro impone una riflessione su quanto il diritto alla vita sia effettivamente garantito e promosso, specialmente attraverso un sostegno concreto alle madri e alle famiglie in difficoltà. L’intervento di Leone XIV, infatti, non si limita a una condanna ma si inserisce in un più ampio richiamo alla responsabilità collettiva, sfidando una certa retorica progressista che talvolta tratta il tema con sufficienza, bollandolo come divisivo. Il pontefice, pur ribadendo di non essere un politico, ha il merito di riportare al centro una verità scomoda, che non appartiene a nessuna «tifoseria» ideologica ma che riguarda le fondamenta stesse di un patto sociale rispettoso della dignità di ogni persona, dal concepimento fino al termine naturale dell’esistenza.

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