Conte a Poggioreale: “Chi ride dopo una sconfitta mi fa inc*are”. Il tecnico sorride (e glissa) sulla Nazionale**
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Redazione Sport
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«Quando vedo gente ridere dopo che abbiamo perso, questo mi fa incazzare molto». La frase, pronunciata senza particolari giri di parole, ha rotto il muro di vetro – ideale oltre che fisico – della Cappella del carcere di Poggioreale, dove Antonio Conte ha incontrato i detenuti nell’ambito del progetto «Pensieri di libertà». L’allenatore del Napoli, ospite dell’iniziativa promossa dal dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli, ha portato all’interno dell’istituto penitenziario una lezione che mescola calcio, vita e rabbia, senza mai cadere nella retorica facile del “riscatto a tutti i costi”.
La “dannazione” della vittoria e il rifiuto della leggerezza
«Vincere è una dannazione», ha spiegato Conte ai detenuti, riallacciandosi a un’idea che lo segue da tempo: quella per cui il successo non è mai un punto di arrivo rilassato, ma una tensione costante. E se da un lato ha ammesso di aver pensato, in certi momenti della carriera, di non farcela o di mollare, dall’altro ha ribadito che proprio il dolore per la sconfitta – o per l’errore – diventa il motore per reagire. «Tutti sbagliano, la differenza sta nel modo in cui si affronta l’errore», ha detto, trasformando quella che poteva essere una semplice massima sportiva in un ragionamento applicabile al carcere, dove il passato pesa e il futuro si gioca sulla capacità di non ripetere gli stessi sbagli.
La stoccata più netta, però, è arrivata quando ha osservato che, nella sua esperienza napoletana, c’è ancora qualcuno – ha specificato «non solo tra i calciatori, ma anche tra fisioterapisti, dottori e magazzinieri» – che fatica a comprendere questa serietà assoluta. La frase su chi ride dopo una sconfitta (resa in termini meno eleganti nell’originale) è suonata come un avvertimento: la leggerezza, a suo giudizio, è nemica della crescita, dentro lo spogliatoio come fuori.
L’infanzia, il campo di periferia e la scelta della strada giusta
Per farsi capire da chi ha sbagliato, Conte è tornato con la memoria alla sua infanzia in Puglia. «Provengo da una famiglia umile, mio padre era il factotum della Juventina Lecce. Il nostro campo era accanto a un rione poco raccomandabile», ha raccontato. Molti suoi amici d’infanzia, ha rivelato, hanno poi intrapreso la strada sbagliata, finendo per smarrire la direzione. Lui, invece, ha scelto il sudore del calcio, e quel solco tracciato dal padre – tra povertà e periferia – gli ha insegnato che il talento senza disciplina è una risorsa sprecata. Non c’era, nel suo racconto, alcun giudizio morale tranciante, ma piuttosto il riconoscimento che la linea di demarcazione tra una vita regolare e una detenzione è talvolta sottilissima, fatta di occasioni colte o mancate proprio nei momenti in cui si decide se «mollare o resistere».
La domanda sulla Nazionale e quel sorriso che vale più di una risposta
A un certo punto, quasi a spezzare l’atmosfera solenne, un detenuto ha alzato la mano e gli ha chiesto: «Mister, ma allora vai in Nazionale?». La domanda, secca e diretta, ha intercettato uno dei temi caldi del dibattito calcistico di queste settimane, visto che la panchina degli azzurri resta al centro di continui rumors. Ebbene, Conte ha semplicemente sorriso. Nessuna dichiarazione, nessuna chiusura definitiva, nessun «sì» o «no» eclatante. Ha lasciato cadere il momento, quasi a voler dire che quella non era la sede per parlarne.
Il sorriso, però, è stato interpretato come una messa in mora: il tecnico non ha rincorso mai nessuno, non si è proposto, e il suo presente – con un altro anno di contratto davanti – è saldamente ancorato al progetto Napoli. Eppure, il semplice fatto che la domanda sia stata posta lì, dentro un carcere, ha reso evidente quanto il suo nome resti ingombrante per il futuro della Nazionale.
Un messaggio per il Napoli tra le sbarre
L’edizione odierna del «Corriere dello Sport» ha letto nell’incontro anche un passaggio cifrato sul presente degli azzurri. «Nulla è ancora deciso aritmeticamente, ma il percorso ha basi solide e continuità», è stato il concetto che Conte ha voluto lasciare, quasi a voler blindare il gruppo e lanciare un segnale di stabilità proprio mentre fuori si discute di scenari alternativi. Non ha parlato di classifica, non ha fatto pronostici, ma ha ribadito che la vittoria – la vera vittoria – si costruisce giorno per giorno, nel lavoro silenzioso e faticoso. Anche questo, dopotutto, è il metodo Conte: trasformare ogni apparizione pubblica, persino una visita in un carcere, in un’occasione per ribadire le sue ossessioni positive. Quella rabbia per chi ride dopo una sconfitta, insomma, non è solo un nervo scoperto: è il carburante che tiene acceso il suo calcio, dentro e fuori dal campo.




