Migranti, la dichiarazione di Chisinau rilancia il modello Albania di Meloni

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La dichiarazione di Chisinau adottata dai 46 Stati membri del Consiglio d’Europa sul tema dei migranti viene indicata dal governo come una conferma della linea italiana sulla gestione dei flussi e sul modello Albania promosso da Giorgia Meloni. Il documento approvato dai ministri degli Esteri riconosce il diritto degli Stati a controllare e proteggere le frontiere, aprendo inoltre alla possibilità di utilizzare hub dedicati ai rimpatri nei Paesi terzi. Per l’esecutivo italiano si tratta di un passaggio politico rilevante, perché arriva dopo mesi di scontro con opposizioni e polemiche sul sistema adottato dall’Italia per affrontare l’immigrazione irregolare.

Nel testo viene sottolineata la possibilità di rafforzare la cooperazione con Paesi terzi all’interno della gestione migratoria nel quadro della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Tra i punti evidenziati compare anche il riferimento ai cosiddetti “return hubs”, strutture considerate uno strumento utile per accelerare i rimpatri e contrastare la migrazione irregolare. Secondo quanto sostenuto da Fratelli d’Italia alla Camera, la dichiarazione rappresenta una conferma delle politiche definite di “buon senso” dal governo Meloni e viene letta come il riconoscimento europeo di una strategia portata avanti dall’Italia con continuità sul controllo dei flussi migratori.

Il riferimento al modello Albania nella dichiarazione del Consiglio d’Europa

Giorgia Meloni ha commentato la decisione del Consiglio d’Europa attraverso un messaggio pubblicato sui social, sostenendo che l’organismo europeo abbia riconosciuto la legittimità delle soluzioni innovative introdotte dall’Italia nella gestione dell’immigrazione. La presidente del Consiglio ha richiamato direttamente il progetto avviato in Albania, considerato dall’esecutivo un modello destinato a diventare un punto di riferimento anche per altri Paesi europei. Nel messaggio viene evidenziato come il Consiglio d’Europa, storicamente molto attento al tema della tutela dei diritti umani, abbia approvato strumenti che prevedono cooperazione con Stati terzi e procedure più rapide nei confronti di persone accusate di crimini o di migranti ai quali sia stata respinta la domanda d’asilo.

Secondo la lettura politica proposta dalla maggioranza, la dichiarazione di Chisinau segnerebbe un cambiamento nel dibattito europeo sull’immigrazione. Fratelli d’Italia sostiene infatti che l’approccio italiano, inizialmente criticato da parte dell’opposizione e da diversi osservatori internazionali, sia oggi considerato compatibile con il rispetto delle regole e della sicurezza. Nel documento approvato dai 46 Paesi membri viene ribadita la possibilità per gli Stati di esercitare la propria sovranità nel controllo degli ingressi alle frontiere, un elemento che il governo interpreta come un rafforzamento della propria linea politica sul contrasto all’immigrazione irregolare.

Le polemiche politiche e il cambio di clima sul tema migranti

Il riferimento al modello Albania arriva dopo una lunga fase di tensione politica interna legata ai centri per migranti e alle accuse rivolte al governo dalle opposizioni. Nella ricostruzione proposta dalla maggioranza, il nuovo orientamento espresso dal Consiglio d’Europa chiuderebbe mesi di contestazioni sul piano giuridico e politico. Viene ricordato come già nel 2024 il dibattito sui centri in Albania avesse provocato forti critiche nei confronti dell’esecutivo italiano, mentre ora la dichiarazione di Chisinau viene presentata come una presa d’atto da parte delle istituzioni europee della validità di quell’impostazione.

Nel confronto politico interno, Fratelli d’Italia parla apertamente di una smentita della narrazione portata avanti dalla sinistra sul tema migratorio. La maggioranza insiste sul fatto che sicurezza, legalità e tutela dei diritti possano convivere all’interno delle nuove strategie europee sui rimpatri e sul controllo delle frontiere. L’approvazione del documento da parte dei 46 Stati membri del Consiglio d’Europa viene quindi utilizzata dall’esecutivo come prova di un progressivo allineamento europeo alla linea italiana, soprattutto sul ricorso a strutture esterne per la gestione dei migranti irregolari e delle procedure di espulsione.

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