Volkswagen, Blume annuncia il piano di tagli: 50 mila esuberi e assemblee infuocate

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Si è aperta ufficialmente la fase più delicata della crisi Volkswagen, quella in cui l'amministratore delegato Oliver Blume, affiancato dal numero uno del marchio Thomas Schäfer, deve guardare negli occhi i propri dipendenti e spiegare loro le ragioni di un ridimensionamento senza precedenti.

È partito oggi da Wolfsburg, lo stabilimento storico che rappresenta il cuore pulsante del gruppo, il tour che toccherà nove fabbriche tedesche, un confronto diretto e senza filtri con i lavoratori per gettare le basi di quello che lo stesso Blume ha definito "il più grande programma di trasformazione nella nostra storia".

L'obiettivo dichiarato è duplice: ridurre la complessità di una macchina produttiva che negli anni è diventata troppo lenta e articolata, e abbattere i costi per recuperare competitività, ma il prezzo da pagare in termini occupazionali è talmente alto da aver innescato una reazione durissima da parte dei sindacati.

L'ombra dei centomila esuberi

Le stime sul numero dei posti di lavoro destinati a scomparire sono diventate il terreno di scontro più aspro tra il management e le rappresentanze dei lavoratori. Se Blume ha confermato l'obiettivo di ridurre l'organico di 100 mila unità entro la fine del decennio, i sindacati, in particolare la potente IG Metall, hanno immediatamente alzato il tiro, sostenendo che il conto finale potrebbe essere addirittura più salato, fino a 140 mila esuberi.

Una cifra che, tradotta in termini di impatto sociale, equivarrebbe a mettere in discussione il futuro di "un sesto dei dipendenti diretti dell'industria automobilistica tedesca", senza considerare le ripercussioni a cascata sull'indotto e sulla filiera dei fornitori. La seduta di Wolfsburg, alla quale hanno partecipato circa 10 mila lavoratori, ha rappresentato l'esordio di un confronto che si preannuncia estremamente duro, con i dipendenti che hanno accolto il piano con fischi e contestazioni, segno di un clima di sfiducia ormai radicato.

Le ragioni di una crisi annunciata

Alla base del piano di ristrutturazione, come lo stesso Blume ha avuto modo di spiegare ai dipendenti, c'è una serie di fattori che hanno messo in seria difficoltà il colosso di Wolfsburg. Il crollo dei profitti e delle vendite in Cina, storicamente il mercato di riferimento per il gruppo, la crescente concorrenza dei costruttori locali di auto elettriche come BYD e Xpeng, e gli alti costi industriali in Germania hanno creato una tempesta perfetta.

Secondo quanto riferito, i costi di produzione di Volkswagen sarebbero oggi superiori di oltre il 30% rispetto a quelli dei concorrenti internazionali, un gap strutturale che rende necessario un intervento radicale per allineare la struttura dei costi e riportare i margini verso obiettivi più sostenibili.

La strategia, dunque, non si limita ai tagli al personale, ma prevede anche una drastica semplificazione della gamma di modelli, una riduzione della capacità produttiva europea e uno snellimento dei livelli manageriali, interventi necessari, secondo il management, per affrontare le sfide poste dalla transizione elettrica e dalla trasformazione tecnologica del settore.

Il nodo delle fabbriche e il futuro in bilico

La partita più complessa, però, si gioca sul destino degli stabilimenti produttivi. Oltre ai tagli occupazionali, il piano prevede la possibile chiusura di quattro fabbriche in Germania, tra cui gli impianti Volkswagen di Hannover, Zwickau ed Emden, e lo stabilimento Audi di Neckarsulm. Una prospettiva che ha spinto il ministro-presidente della Bassa Sassonia, Olaf Lies, azionista del gruppo con un peso rilevante nel consiglio di sorveglianza, a chiedere un accordo tra le parti per scongiurare le chiusure.

La particolare governance di Volkswagen, che attribuisce un potere significativo ai rappresentanti dei lavoratori, rende ogni decisione strategica un percorso in salita, come dimostra il fatto che a luglio il consiglio di sorveglianza aveva già bocciato le precedenti proposte di riduzione dei costi.

L'alternativa, in caso di stallo con i sindacati, sembra essere quella di aprire le porte a partner cinesi, valutando la possibilità di mettere a disposizione capacità produttiva europea per aziende come SAIC, FAW e JAC, un'ipotesi che ridefinirebbe in modo ancora più radicale il futuro del gruppo.

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