Andy Warhol torna a Palazzo dei Diamanti a Ferrara con la serie "Ladies and Gentlemen" cinquant'anni dopo
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è un filo sottile ma resistentissimo che lega l’oggi al 1975, un filo che riporta a Ferrara uno dei progetti più audaci di Andy Warhol. A Palazzo dei Diamanti apre da oggi, 14 marzo, e fino al prossimo 19 luglio, la mostra "Andy Warhol. Ladies and Gentlemen", una riedizione di quella trasgressiva esposizione che il padre della Pop Art presentò in persona cinquant’anni fa nella stessa sede, e lo fece trascorrendo qualche settimana in città per promuoverla e per incontrare i giornalisti. L’idea di riportare quelle opere nell’estense è nata due anni fa, quando la curatrice Chiara Vorrasi l’ha proposta alla Fondazione Ferrara Arte, cogliendo l’occasione del mezzo secolo dalla prima esposizione italiana del ciclo voluta da Franco Farina, figura chiave della vita culturale ferrarese e allora direttore di Palazzo dei Diamanti, come confermano i documenti recuperati dall’archivio.
La denuncia attraverso la metafora del travestito nel progetto originale
Il concept originale, ed è bene ricordarlo, era ambizioso e radicale: "testimoniare un tipo di denuncia attraverso la metafora del travestito". Lo attesta il comunicato stampa di quella mostra del 1975-76, recuperato proprio dall’archivio del palazzo. In quegli anni Warhol spostò per la prima volta l’attenzione dalle icone consacrate della società dello spettacolo, si pensi a Marilyn Monroe o a Liz Taylor, per eleggere a protagonisti del suo lavoro anonime drag queen afro-americane e portoricane. Un’energia nuova, esuberante e vivida emergeva da quei ritratti, una galleria di effigi glam-queer che sembrava annunciare tendenze estetiche del terzo millennio, e lo faceva ritraendo l’intero mondo dei transessuali che frequentavano la sua Factory a New York, quelli stessi di cui Lou Reed cantava nella coeva "Walk on the Wild Side". Per la serie, commissionata dal gallerista Luciano Anselmino che desiderava ritratti di "travestiti completamente anonimi e impersonali", Warhol fotografò nel suo studio quattordici drag queen reclutate nei club del Greenwich Village, e da quei cinquecento scatti, per i quali pagò le modelle tra i cinquanta e i cento dollari, nacquero duecentosessantotto dipinti, oltre a disegni, collage e stampe.
La mostra attuale, sostenuta dall’Andy Warhol Museum di Pittsburgh, propone una selezione eccezionale di oltre centocinquanta ritratti tra acrilici, disegni, serigrafie e Polaroid provenienti da musei e collezioni europee e americane, molti dei quali mai esposti in Italia. Nel percorso, alla narrazione dedicata alla serie "Ladies and Gentlemen" segue una selezione di ritratti e autoritratti iconici prodotti tra i Sessanta e gli Ottanta. Si va dalla serie di Marilyn, che codifica l’archetipo della star, alla parodia dell’iconografia ufficiale di Mao Tse-tung, passando per le silhouette di Mick Jagger e Liza Minnelli, simboli di una sensualità disinibita e teatrale. E ancora, le immagini di Robert Mapplethorpe e Grace Jones, che annunciano l’avvento delle immagini digitali, fino a culminare in una sala spettacolare dedicata agli autoritratti, con cui Warhol esplora i confini della sua stessa identità, giocando con la manipolazione estetica e la costruzione sociale dell’io.
Pasolini e il cortocircuito visivo tra sacro e pop
Un dettaglio di notevole interesse storico-artistico, e che aggiunge profondità alla narrazione, riguarda il catalogo originale del 1975. La presentazione era affidata nientemeno che a Pier Paolo Pasolini, che la scrisse poco prima di morire. Le sue parole restituiscono la complessità e la tensione dell’operazione warholiana: "Lo sforzo che fanno questi travestiti per mostrarsi trionfalistici non è di una velleitaria e commovente umanità? Ma oltre a questo sforzo essi non vanno. Si capisce, il 'Diverso' nel suo ghetto permissivo di New York può trionfare a patto di non uscire da un comportamento che lo renda riconoscibile e tollerabile". Pasolini, con la sua consueta lucidità, colse quella "smorfia della vittima che vuol commuovere il carnefice con una buffonesca dignità regale", rendendo quei volti, a suo dire, tutti psicologicamente uguali, "come dignitari bizantini in un’abside stellata".
In questa riedizione, il cortocircuito storico-artistico è già evidente a livello visivo, quasi fosse un segno del destino: l’immagine serigrafica di Wilhelmina Ross, una delle drag queen che ebbe la possibilità di posare per Warhol, è proiettata sulla parete laterale del salone d’onore di Palazzo dei Diamanti, proprio sotto i quattro evangelisti duecenteschi dell’anonimo Maestro di San Bartolo. Un accostamento, certo casuale ma straordinariamente potente, che testimonia la portata della rivoluzione portata avanti dal padre della Pop Art. Il percorso espositivo permette di immergersi nel suo processo creativo grazie a un nucleo di dipinti ad acrilico, filmati e fotografie, molti dei quali raccontano l’artista scomparso nel 1987 e l’energia irripetibile della scena pop di cui fu il mito.
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