Il ritorno di Demi Moore a Cannes: abiti Jacquemus e collier di diamanti per la giuria
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La 79esima edizione del Festival di Cannes, quella che si snoda lungo la Croisette dal 12 al 23 maggio 2026, ha appena alzato il sipario sul Grand Théâtre Lumière, e già il verdetto dei flash è unanime: Demi Moore, chiamata a far parte della giuria principale, ha trasformato ogni suo passaggio in una lezione di presenza scenica. Se il primo sbarco dell’attrice – si racconta di mocassini e di una borsa Borsetto Gucci dal peso specifico notevole, quasi un ariete contro l’ordinaria amministrazione del red carpet – aveva già fatto il suo effetto, sono stati i due abiti firmati Jacquemus a imporre un cambio di marcia. La prima apparizione al photocall e quella, subito dopo, sul tappeto rosso per la cerimonia d’apertura hanno restituito un’idea precisa di eleganza teatrale, dove la leggerezza del tessuto non ha mai tradito la sostanza del gesto. La Moore indossava un abito lattiginoso, quasi etereo, che nelle pieghe sembrava rubare la luce del pomeriggio francese, mentre un collier a cinque giri di diamanti le avvolgeva il collo come una seconda pelle, preziosa e severa al tempo stesso.
Due look, un solo codice: l’omaggio alla moda francese
Nel primo giorno di kermesse, insomma, la giurata ha scelto di onorare il paese ospitante senza mai cadere nella macchietta. Jacquemus, lo stilista che ha fatto della gestualità mediterranea e delle proporzioni volutamente stranianti la sua cifra, le ha consegnato due silhouette che sembravano uscite da un quadro di Hopper riscritto dalla Nouvelle Vague. Il primo look, quello per il photocall, giocava con una strascico morbido e una scollatura che non chiedeva permesso; il secondo, sul red carpet della serata inaugurale – dedicata al film “La Vénus Électrique” – era un esercizio di glamour contemporaneo, con un corpetto sapientemente architettato e quella che in gergo si definisce “cadenza sartoriale”. Non c’era traccia di quella rigidità cerimoniale che spesso appiattisce le presenze illustri: la Moore camminava, girava la testa, sorrideva appena, e i diamanti le rimbalzavano addosso come note di una scala musicale.
Nella stessa serata, Joan Collins e Jane Fonda fanno 243 anni di stile
Sarebbe riduttivo, però, raccontare la serata d’apertura come un monologo della sola protagonista di “Ghost”. Il tappeto rosso del Palais des Festivals ha visto sfilare altre due veterane il cui peso specifico sfida ogni classifica generazionale: Joan Collins (classe 1932) e Jane Fonda (classe 1937). Insieme – e non sarà forse elegante sottolinearlo, ma i numeri hanno una loro cruda poesia – sommano 243 anni di carriera, divismo e capacità di abitare un fotogramma come se fosse una poltrona di velluto. Collins si è presentata con un beauty look che già sapeva d’estate: raccolto cotonato, quasi bouffant, e un trucco pink che le illuminava gli zigomi da dietro occhiali da sole indossati con nonchalance. Fonda, dal canto suo, ha ribadito un concetto che poi l’attrice Eye Haidara avrebbe ripreso sul palco – “il cinema è sempre un atto di resistenza” – semplicemente essendoci, con quella postura eretta e quello sguardo che non ha mai imparato a chiedere scusa.
Il discorso di Eye Haidara e il cinema che non vuole essere prudente
Proprio Eye Haidara, salita sul palco del Grand Théâtre Lumière per condurre la cerimonia, ha dato la cifra intellettuale della serata. Accompagnata dal violino di Miri Ben-Ari, l’attrice francese ha citato Godard con una precisione da cesello: “Non facciamo un film per essere prudenti”. Poi, girandosi verso la platea gremita di star, registi e produttori, ha voluto rendere omaggio a chi sceglie di inquadrare “ciò che preferiremmo non vedere”. Un passaggio, questo, che ha riportato il discorso lontano dai lustrini e dai collier a cinque giri, senza però sconfessare la natura spettacolare della kermesse. Perché Cannes, si sa, vive proprio su quella linea sottile tra l’apparire e il testimoniare. E se da un lato la Moore, la Collins e la Fonda rappresentano il volto patinato della longevità hollywoodiana, dall’altro l’invito a filmare l’incomodo – lanciato dal palco – ha ricordato a tutti che il tappeto rosso è anche una rampa di lancio per storie che nessuno vorrebbe vedere, ma che tutti dovrebbero ascoltare.




