La lunga storia d’amore (finita) tra gli Agnelli-Elkann e l’editoria
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Redazione Economia
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Si è chiusa con la cessione al gruppo greco Antenna una delle parentesi più lunghe e, forse, più controverse del capitalismo italiano: quella che legava la dinastia Agnelli-Elkann al mondo dell’informazione. L’operazione, perfezionata nella giornata di lunedì 23 marzo 2026, sancisce il definitivo addio della famiglia alla proprietà di la Repubblica e, di riflesso, di un intero comparto editoriale che, dal primo dopoguerra a oggi, aveva rappresentato un tassello fondamentale del potere economico e culturale torinese prima, e nazionale poi.
La notizia, comunicata ai dipendenti dal presidente uscente Paolo Ceretti tramite una nota interna giunta mentre l’attenzione del paese era ancora catalizzata dallo spoglio del referendum, ha messo fine a mesi di trattative. Il Gruppo Gedi – che include il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, i brand radiofonici Radio Deejay, Radio Capital e m2o, oltre a HuffPost Italia, National Geographic Italia e la concessionaria Manzoni – passa interamente nelle mani di K Group, la holding della famiglia dell’armatore greco Kyriakou. Contestualmente, come già delineato negli accordi preliminari, La Stampa è stata srata per confluire nel Gruppo Sae, un editore italiano in crescita che mira a rafforzare il legame identitario del quotidiano torinese con il proprio territorio.
L’addio degli Agnelli dopo un secolo di presenza
L’ingresso della famiglia nell’editoria risaliva al lontano 1° dicembre 1920, quando il gruppo finanziario-industriale Agnelli-Gualino fece il suo ingresso nella Gazzetta Piemontese, poi divenuta La Stampa. In quegli anni, complice l’ascesa del fascismo, il quotidiano aveva inizialmente occupato posizioni critiche nei confronti di Mussolini – una linea che costò cara alla proprietà, costretta a cedere il controllo a un gruppo gradito al regime dietro la minaccia di sospensione delle pubblicazioni. Un secolo dopo, la holding Exor, guidata da John Elkann, ha completato il disimpegno da quello che era considerato il gioiello di famiglia del ceto medio riflessivo italiano.
La vendita, il cui valore è stimato intorno ai 100 milioni di euro, segna per il polo editoriale l’inizio di una nuova fase che la nuova proprietà ha definito di “sviluppo e internazionalizzazione”. La scelta di cedere l’intero pacchetto azionario di Gedi a un operatore internazionale – anziché a realtà italiane come l’offerta presentata da Leonardo Maria Del Vecchio – è stata giustificata da Exor con la necessità di trovare un acquirente industriale che potesse garantire la sostenibilità economica e accelerare la transizione digitale del gruppo.
La nuova governance tra conferme e cambiamenti
Con l’acquisizione già efficace, la governance del gruppo editoriale subisce una ristrutturazione immediata. Mirja Cartia d’Asero è stata nominata amministratore delegato, con il compito di affiancare il management esistente nel percorso di rilancio. Sul fronte delle redazioni, la continuità sembra essere la parola d’ordine: Mario Orfeo, alla guida di la Repubblica dall’ottobre 2024, manterrà la direzione del quotidiano, così come Linus rimarrà al vertice delle attività radiofoniche.
L’intenzione dichiarata dal gruppo Antenna è quella di investire risorse significative per ampliare la diffusione del giornale, sviluppare un hub radiofonico nel Mediterraneo e potenziare la produzione di contenuti non solo cartacei, ma anche legati allo streaming, ai podcast e al cinema. La strategia industriale punta a trasformare Gedi in una media company con portata globale, sfruttando l’esperienza internazionale di Antenna – un gruppo che controlla 37 canali televisivi tra gratuiti e a pagamento e che ha già manifestato l’intenzione di cercare collaborazioni con partner strategici negli Stati Uniti.
Il malcontento nelle redazioni
L’annuncio del passaggio di consegne non è stato accolto con entusiasmo all’interno delle redazioni, dove si respira un clima di preoccupazione mista ad amarezza. Il Comitato di Redazione di la Repubblica ha espresso pubblicamente il proprio dissenso, contestando le modalità tempistiche con cui l’ormai ex editore ha comunicato la cessione: la scelta di rendere nota l’operazione proprio mentre i giornalisti erano impegnati a seguire la diretta del referendum è stata interpretata come una “mancanza di rispetto” verso la storia del giornale e il lavoro della redazione.
Anche il sindacato dei giornalisti, la Fnsi, ha assunto una posizione critica, definendo l’operazione come il risultato di una strategia che ha trasformato il gruppo nel “più grande caso di vendita di giornali mai visto in Italia”. Sebbene le nuove proprietà – sia Antenna che Sae – abbiano fornito assicurazioni in merito alla tutela dell’occupazione e dell’indipendenza editoriale, resta sul tavolo la questione del pluralismo dell’informazione e dei piani industriali concreti per la testata.




