La musica nel 2025, tra nostalgia e un futuro incerto
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Rifugio in un passato idealizzato, o incapacità collettiva di affrontare l’avvenire: il quadro dell’anno musicale appena trascorso si delinea, senza mezzi termini, come un panorama timoroso e privo di slancio verso il domani. Se si escludono le voci femminili, che hanno costituito una delle poche scintille di vera novità e coraggio espressivo, è stato difficile, per chiunque, districarsi in una stagione così povera di messaggi forti e duraturi. A meno di non considerare come tali gli sfoghi, peraltro significativi, di alcuni artisti di peso che, finalmente, hanno alzato la testa – e con essa, la dignità del mestiere – denunciando come la produzione degli ultimi anni lasci quantomeno a desiderare, per usare un eufemismo che evita epiteti più coloriti. Prima o poi, lo si dovrà ammettere: la creatività ha voltato le spalle al futuro, aggrappandosi a forme di revival che, seppure spesso d’autore, tradiscono una profonda insicurezza.
Il mercato, un regno polarizzato e chiuso agli stimoli esterni
Le classifiche di vendita FIMI di fine anno hanno confermato, in modo quasi didascalico, questo clima di stasi e chiusura. Il dominio, nell’ambito degli album e del formato fisico, è risultato schiacciantemente di Sony Music, mentre Universal Music ha mantenuto la leadership nelle presenze complessive e Warner Music si è attestata saldamente sul podio. Ma il dato più lampante è stato quello di un mercato italiano straordinariamente impermeabile alle novità provenienti dall’estero, fatta eccezione per i consueti, immancabili classici natalizi. Un isolamento che, lungi dall’essere una difesa dell’identità, sembra piuttosto il sintomo di un ritorno al noto, al sicuro, in assenza di proposte internazionali in grado di scalfire un panorama domestico fortemente polarizzato.
Olly, un caso nazionale che supera i confini
In questo contesto, l’ascesa di Olly rappresenta un fenomeno duplice: da un lato, è l’apice di un successo rigorosamente interno, dall’altro, segna una rara incursione nel dibattito globale. La sua “Balorda Nostalgia”, ballata rock dal registro diretto e personale che gli è valsa la vittoria all’ultimo Festival di Sanremo, ha superato la soglia dei 121 milioni di ascolti sulle piattaforme digitali, diventando uno dei brani più riprodotti dell’anno. Ma è il riconoscimento del New York Times, che ha inserito il cantautore ligure tra i nomi di spicco del panorama internazionale, a marcare simbolicamente il suo ingresso in una dimensione di visibilità più ampia. Quel passaggio, infatti, trascende il perimetro del successo italiano, proiettandolo in un circuito di attenzione critica oltre confine.
Il 2026 e il presunto ritorno della forma-album
Gli annunci per il prossimo anno puntano, almeno nelle intenzioni dichiarate, a un rilancio della forma-disco in senso tradizionale. Dalle icone del pop globale al ritorno sulle scene di alcune leggende del rock, passando per le nuove produzioni di band affermate dell’alternative rock e per i progetti attesi nella musica italiana, la panoramica delle uscite promette un ritorno alla coralità dell’opera. Si tratta di una reazione consapevole alla frammentazione imposta dagli algoritmi e al consumo per singoli brani, una scommessa artistica e commerciale che tenterà di ridare e profondità a un’esperienza d’ascolto sempre più effimera. Sarà questa la risposta alla “paura del futuro” che ha caratterizzato il 2025, o semplicemente un’altra, più raffinata, declinazione della nostalgia?
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