La Cina dichiara guerra all'accordo commerciale tra Stati Uniti e Taiwan
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
La risposta di Pechino, come si poteva prevedere, non si è fatta attendere. Attraverso la voce del portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun, il governo cinese ha espresso quella che ha definito una "ferma opposizione e contrarietà" all'intesa commerciale siglata giovedì scorso tra Washington e Taipei. Un accordo che, andando ben oltre la semplice cooperazione economica, contempla una serie di massicci investimenti taiwanesi sul suolo statunitense, con un focus particolarmente strategico sul comparto dei semiconduttori. Questo punto, in particolare, tocca un nervo scoperto della competizione tecnologica globale, trasformando una questione di principio in uno scontro sugli asset più preziosi dell'industria contemporanea.
Il principio dell'inalienabilità del territorio
La posizione cinese, del resto, non ammette ambiguità e si fonda su un principio considerato non negoziabile. Pechino, come ribadito nel corso del briefing, considera Taiwan una parte "sacra" e "inalienabile" del proprio territorio nazionale, un lembo di terra la cui riunificazione con la madrepatria rappresenta un obiettivo irrinunciabile, da perseguire anche con la forza se necessario. È da questo assunto fondamentale, che la leadership di Pechino ha ripetuto in ogni sede possibile, che discende la feroce opposizione a qualsiasi forma di rapporto formale che l'isola intrattenga con altri soggetti della comunità internazionale. Ogni gesto che possa anche solo lontanamente suggerire un riconoscimento della sovranità di Taipei, compresi gli accordi commerciali di ampio respiro, viene interpretato come una pugnalata alla "politica dell'unica Cina", la dottrina sulla quale Pechino basa le sue relazioni diplomatiche.
Un percorso di tensioni crescenti
Le acque dello Stretto di Taiwan, è noto, non sono calme da tempo. La crisi ha conosciuto una netta escalation nell'agosto del 2022, quando la visita dell'allora Speaker della Camera americana, Nancy Pelosi, sull'isola scatenò una reazione durissima da parte cinese, con manovre militari senza precedenti. Una dinamica di provocazione e risposta che si è ripetuta, seppur con toni leggermente diversi, nell'aprile del 2023, in seguito all'incontro a Los Angeles tra la presidente taiwanese Tsai Ing-wen e l'allora presidente della Camera Usa McCarthy. Anche in quell'occasione, la risposta di Pechino non fu meramente verbale, ma si concretizzò in imponenti esercitazioni militari che simularono un vero e proprio blocco dell'isola, una dimostrazione di forza destinata a ricordare a tutti i costi di un eventuale conflitto.
La posta in gioco tecnologica ed economica
Oltre ai principi di sovranità, a rendere l'accordo particolarmente irritante per Pechino è il suo contenuto concreto. L'intesa, infatti, prevede che Taiwan investa circa 250 miliardi di dollari per la costruzione di fabbriche di semiconduttori negli Stati Uniti, un annuncio giunto peraltro nello stesso giorno in cui la taiwanese TSMC, colosso mondiale della produzione di chip, ha diffuso dati finanziari trimestrali molto robusti, sottolineando la forte domanda proveniente dal settore dell'intelligenza artificiale. Questo trasferimento di know-how e capacità produttiva verso il suolo americano, voluto dall'amministrazione del presidente Trump per rafforzare la resilienza della catena di approvvigionamento, viene letto da Pechino anche come un tentativo di indebolire la sua posizione in un campo strategico, dove la dipendenza globale dai chip made in Taiwan rappresenta una leva di potere ma anche una vulnerabilità.




