Spagna al voto il 29 novembre, la casa è la questione politica che travolge Sánchez
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Redazione Esteri
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La crisi abitativa spagnola ha un volto preciso, quello di Maricarmen Abascal, un'anziana di 87 anni disabile al 50% che il 23 settembre è stata portata via in barella dalla casa di Madrid dove viveva da settant'anni. La società proprietaria, il fondo di investimento Urbangestión, aveva aumentato il canone mensile da 450 a 2.650 euro, una cifra insostenibile per una pensionata, prima di ridurlo a 1.650.
Le immagini dello sgombero, eseguito per ordine giudiziario al numero 46 di Calle Alcalde Sainz de Baranda, nel quartiere del Retiro, hanno fatto il giro del Paese e acceso le piazze.
Da Madrid a tutto il Paese: le proteste per il diritto alla casa
Nei giorni successivi, decine di migliaia di persone sono scese in strada a Madrid e in oltre cinquanta città, con un accampamento a Puerta del Sol che ha trasformato la protesta in una vertenza nazionale. Il grido «Vivienda», casa, è diventato il simbolo di un disagio che attraversa la Spagna da almeno un decennio: dagli anni 2010 i prezzi delle abitazioni nelle grandi capitali europee sono cresciuti senza sosta, con un'accelerazione esponenziale dopo la pandemia. A Madrid gli affitti sono quasi raddoppiati in dieci anni, superando una media di 1.100 euro al mese, una cifra che assorbe oltre il 90% dello stipendio medio di un giovane.
Il governo Sánchez e la bocciatura dei decreti casa
Per rispondere all'emergenza, l'esecutivo socialista guidato da Pedro Sánchez aveva varato due decreti che prevedevano la proroga rafforzata dei contratti di locazione, misure di protezione delle famiglie vulnerabili dagli sfratti, una tassa sugli affitti stagionali e il divieto di acquisti speculativi da parte dei fondi immobiliari fino al 2028. Il testo, ribattezzato «decreto Maricarmen», è però stato respinto venerdì 2 ottobre dal Congresso con 178 voti contrari, decisivi quelli dei catalani di Junts insieme a Partito Popolare e Vox.
Lo scioglimento delle Cortes e la data del voto
Dopo un fine settimana di consultazioni, lunedì 5 ottobre Sánchez ha informato Re Felipe VI e ha convocato un Consiglio dei ministri straordinario per sciogliere le Cortes e indire le elezioni generali per domenica 29 novembre. «È giunto il momento che voi, cittadini e cittadine spagnole, decidiate quale futuro volete per voi stessi e per il vostro Paese», ha dichiarato il premier dalla Moncloa. Il leader socialista ha anche ammesso che il governo «ha commesso degli errori» e non ha raggiunto tutti gli obiettivi prefissati.
I sondaggi: destra in vantaggio, sinistra frammentata
Le rilevazioni demoscopiche disegnano un quadro favorevole al blocco di destra. Secondo il sondaggio 40dB per El Pais, PP e Vox insieme supererebbero il 52% dei consensi; il Partito Popolare di Alberto Núñez Feijóo si attesterebbe al 31,6%, il PSOE al 27,4%, Vox al 18,4%. Il barometro di Sigma Dos per El Mundo assegna ai popolari il 32,6%, ai socialisti il 25,6% e a Vox il 18,3%, con una proiezione di 203 seggi complessivi per le due formazioni di destra, ventisette in più della maggioranza assoluta fissata a 176.
La media dei sondaggi elaborata da RTVE attribuisce al PP 137 seggi e a Vox 65, mentre il PSOE scenderebbe a 104 e Sumar crollerebbe da 31 a 10.
La sinistra e la sfida dell'unità
L'area progressista si presenta all'appuntamento elettorale in uno dei suoi momenti peggiori, non solo per i numeri dei sondaggi ma anche per la difficoltà a costruire un fronte comune. Sumar ha annunciato che il 17 ottobre presenterà il suo Frente Amplio con i partiti che già compongono l'alleanza e indicherà un candidato. Le formazioni che nel 2023 avevano sostenuto l'investidura di Sánchez appaiono oggi divise e in difficoltà, mentre a destra la parola d'ordine è la «ricostruzione nazionale» invocata dai popolari.
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