Addio a Osvaldo Bagnoli, il filosofo della Bovisa che insegnò al calcio che la semplicità è la massima sofisticazione

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Se n'è andato anche il nostro Schopenhauer, quello della Bovisa che tanto distava da Arturo – il filosofo nato a Danzica e morto a Francoforte – ma che di quel pensatore aveva, forse, la malinconia e lo sguardo profondo di chi sapeva osservare il mondo senza lasciarsi travolgere. Osvaldo Bagnoli, l'allenatore che ha scritto alcune delle pagine più belle e irripetibili del calcio italiano, si è spento all'età di 91 anni all'ospedale Borgo Roma di Verona, città che lo aveva adottato e che lo ha pianto come uno dei suoi figli più illustri.

Milanese doc, nato il 3 luglio 1935 nel quartiere popolare della Bovisa, Bagnoli ha costruito la sua leggenda lontano dai riflettori, con quella semplicità che lui stesso elevò a filosofia: «La semplicità è la massima sofisticazione», una frase che sembra uscita dalla penna di Schiller, quasi a dimostrare che l'arte più grande è quella di produrre naturalezza attraverso il massimo artificio.

L'impresa che sembrava impossibile: lo scudetto del Verona

Il nome di Osvaldo Bagnoli resterà per sempre legato a quell'incredibile scudetto conquistato dall'Hellas Verona nella stagione 1984-85, un'impresa che ancora oggi rappresenta il simbolo di come l'organizzazione, le idee e lo spirito di squadra possano prevalere sul potere economico delle grandi del calcio. Bagnoli aveva preso in mano il Verona nel 1981, ereditando una squadra che l'anno prima aveva evitato la retrocessione in Serie C solo all'ultima giornata.

In tre anni, plasmò un gruppo che diventò una macchina perfetta: pressing, ripartenze, qualità tecnica e un'organizzazione fuori dal comune, capace di mettere in difficoltà le corazzate dell'epoca, quelle di Maradona, Platini, Zico e Rummenigge. Il 12 maggio 1985, con un pareggio sul campo dell'Atalanta, il Verona si laureò campione d'Italia per la prima e unica volta nella sua storia, un traguardo che per dimensioni è stato eguagliato solo trentuno anni dopo dal Leicester di Claudio Ranieri.

Eterna gratitudine del Genoa e il cordoglio di tutta Italia

Ma l'eredità di Bagnoli non si esaurisce tra le mura dell'Arena. Dopo l'esperienza veronese, il tecnico approdò al Genoa, dove scrisse un altro capitolo memorabile: il quarto posto in Serie A nel 1991 e la storica semifinale di Coppa Uefa l'anno successivo, impreziosita dall'impresa di diventare la prima squadra italiana a vincere ad Anfield Road contro il Liverpool. Il club rossoblù ha voluto esprimere la sua "eterna gratitudine" per quelle emozioni indelebili, definendo Bagnoli il condottiero della "migliore squadra del secondo dopo guerra".

Anche la Sampdoria e l'Inter, che allenò negli anni Novanta, hanno voluto rendere omaggio a un uomo che ha lasciato il segno ovunque sia passato, con la sua umanità, la sua saggezza e una professionalità fuori classifica.

"Il terzin fa el terzin": la filosofia di un maestro

Schivo, riservato e lontanissimo dalla figura dell'allenatore-personaggio, Bagnoli parlava poco e osservava molto. Non inseguiva il protagonismo, lasciava che fosse il campo a parlare per lui, costruendo rapporti profondi con i suoi giocatori, che lo hanno sempre ricordato come un tecnico capace di trasmettere fiducia e responsabilità. «El terzin fa el terzin» era una delle sue frasi cult, che ben riassume la sua idea di calcio: verticale, rapido, sincronizzato, dove ogni giocatore conosceva il proprio compito e lo eseguiva a memoria.

Dopo il ritiro, avvenuto nel 1994 in seguito all'esperienza all'Inter, Bagnoli scelse di vivere lontano dai riflettori, ma i riconoscimenti non sono mancati: nel 2017 è entrato nella Hall of Fame del calcio italiano e l'anno successivo è stato nominato presidente onorario del Verona, il tributo più naturale per un uomo che aveva cambiato per sempre la storia del club gialloblù.

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