Il conto salato di Epic Fury: 25 miliardi in tre settimane e il Pentagono chiede altri 200

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’operazione militare denominata “Epic Fury”, scatenata dagli Stati Uniti contro l’Iran a fine febbraio, sta rivelando un impatto economico che, per intensità e rapidità di spesa, non trova riscontri immediati nei recenti conflitti a cui Washington ha preso parte. Secondo le ultime rilevazioni del sito “Iran War Cost Tracker”, che monitora in tempo reale l’esborso per i contribuenti americani, il conto dopo appena venti giorni di combattimenti ha già superato i 25,3 miliardi di dollari. Una cifra, questa, che non solo conferma il ritmo impressionante con cui vengono consumati carburante, ordigni e pezzi di ricambio, ma che si allinea perfettamente con le stime del Center for Strategic and International Studies (CSIS), secondo cui il costo giornaliero medio si aggirerebbe attorno al miliardo di dollari. Le proiezioni, va detto, si basano sui dati che il Pentagono ha già presentato al Congresso: 11,3 miliardi bruciati nei primi sei giorni di operazioni, a cui si aggiunge un tasso di consumo continuativo di circa un miliardo al giorno.

A rendere la situazione finanziaria particolarmente complessa, e in una certa misura ingestibile, è la natura stessa del conflitto. Le prime quarantotto ore di “Epic Fury” hanno visto un utilizzo massiccio di munizioni di precisione – come i missili Tomahawk – il cui valore unitario, moltiplicato per le centinaia di esemplari lanciati, ha determinato un’impennata dei costi difficilmente preventivabile. Fonti del Pentagono hanno riferito ai legislatori che solo nei primi due giorni sono stati utilizzati circa 5,6 miliardi di dollari in armamenti. Un senatore democratico, decorato reduce del primo conflitto del Golfo, ha sottolineato la sperequazione di fondo che caratterizza questa guerra: da un lato, gli Stati Uniti impiegano costosissimi intercettori Patriot o Thaad per abbattere droni iraniani il cui costo è di gran lunga inferiore, dall’altro, il ritmo di consumo di tali sistemi rischia di prosciugare le scorte accumulate in anni.

La richiesta da 200 miliardi e le crepe nel fronte politico

Nel momento in cui il Dipartimento della Difesa – rinominato dal presidente Trump Dipartimento della Guerra – chiede al Congresso un finanziamento supplementare di 200 miliardi di dollari per proseguire l’offensiva, lo scetticismo crescente tra gli scranni del Campidoglio si fa sempre più evidente. La richiesta, che rappresenterebbe circa un quarto del budget totale destinato al Dipartimento per l’intero anno fiscale 2026 (pari a 838 miliardi), è già finita sotto la lente d’ingrandimento di alcuni esponenti repubblicani, solitamente fedeli alleati dell’amministrazione. Una senatrice dell’Alaska, figura chiave per le votazioni, ha chiesto chiarimenti in merito alla durata prevista del conflitto e alla possibilità di un’invasione via terra, avvertendo che non ci si può presentare al Congresso con una “fattura” pretendendo che venga pagata senza un dibattito approfondito.

Anche il fronte democratico, prevedibilmente, si sta mobilitando per opporre resistenza. Il leader della minoranza alla Camera ha definito l’operazione una “guerra avventata”, sostenendo che le risorse richieste per il conflitto – in un momento in cui il costo della vita per i cittadini resta alto – dovrebbero invece essere destinate ad alleviare le difficoltà economiche delle famiglie americane. Un recente sondaggio condotto da Reuters e Ipsos ha rivelato che quasi il sessanta per cento degli intervistati disapprova l’intervento militare su larga scala in Iran, un dato che aggiunge pressione politica a una guerra la cui strategia d’uscita, almeno al momento, appare ancora indefinita.

L’incognita delle scorte e la tensione tra obiettivi militari e risorse

A complicare ulteriormente il quadro, oltre al costo immediato delle operazioni, c’è l’enorme peso che questo conflitto sta esercitando sulle scorte strategiche di armamenti. Secondo quanto riportato dal “Financial Times”, fonti informate hanno descritto l’uso di missili Tomahawk come un’“espansione massiccia” che si farà sentire per diversi anni, con il rischio concreto che per ricostituire gli arsenali ci vorrà un lasso di tempo analogo. Sebbene la portavoce della Casa Bianca abbia respinto le preoccupazioni, sostenendo che l’esercito dispone di “più che sufficienti munizioni” per raggiungere gli obiettivi stabiliti dal presidente Trump, gli analisti del CSIS hanno calcolato che solo nelle prime cento ore di guerra ne sono stati impiegati oltre 160, una mole di risorse che di fatto cancella anni di accumulo in pochi giorni.

La strategia militare, nelle intenzioni del Segretario alla Guerra Pete Hegseth, rimane quella di infliggere una sconfitta totale e definitiva al nemico, concentrandosi sulla distruzione dei lanciamissili, della marina iraniana e sull’impedimento definitivo all’accesso di Teheran all’arma nucleare. Tuttavia, a tre settimane dall’inizio dei combattimenti, il dibattito a Washington si sta spostando su questioni più pragmatiche. Legislatori di entrambi gli schieramenti, come emerso durante i briefing a porte chiuse al Pentagono, chiedono maggiore chiarezza sulla missione finale, sugli obiettivi concreti delle forze dispiegate in Medio Oriente e, soprattutto, sui tempi di un conflitto che, con le cifre attuali, sta consumando risorse a un ritmo che molti definiscono insostenibile.

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