Bossetti rompe il silenzio da Bollate: «Non ho ucciso Yara, voglio la verità»
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Redazione Interno
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Dalla sua cella nel penitenziario di Bollate, dove la giustizia italiana lo costringe a scontare l’ergastolo, Massimo Bossetti ha rotto un silenzio durato anni. Con un tono pacato ma fermo, durante una lunga intervista televisiva, ha ribadito la propria estraneità al brutale omicidio di Yara Gambirasio, la ragazzina scomparsa nel novembre 2010 e il cui Corpo, dopo mesi di ricerche angoscianti, fu rinvenuto in un campo. Rivolgendosi al pubblico, ha posto una domanda che risuona come un macigno nel dibattito giudiziario: «Vorrei saperlo anch’io», ha dichiarato, riferendosi all’identità del vero assassino. Un’affermazione che, al di là delle sentenze passate in giudicato, riaccende i riflettori su un caso le cui ombre, secondo alcuni, non sono state completamente dissolte.
La richiesta di riaprire le indagini
Il cuore della sua difesa, o meglio, della sua richiesta di giustizia, si concentra ora su elementi materiali. Bossetti ha infatti ricordato l’esistenza di 54 campioni di Dna, custoditi – a suo dire – presso l’ufficio di reato e conservati a temperatura ambiente. Pur ammettendo di non conoscere nel dettaglio il loro potenziale valore probatorio, l’uomo ha insistito sulla necessità di sottoporli a nuove analisi, facendo leva sui progressi scientifici degli ultimi anni. «La scienza è molto più evoluta», ha sottolineato, esprimendo la speranza che da quei reperti, esaminati con metodiche aggiornate, possa emergere «ancora qualcosa di nuovo». Una richiesta che punta a scalfire la certezza giudiziaria costruita attorno al suo profilo genetico, ritenuto decisivo durante i processi.
La negazione sulle prove informatiche
Un altro caposaldo dell’accusa, contro il quale Bossetti si è scagliato con veemenza, riguarda le indagini sulla sua vita digitale. Le cronache processuali avevano dato ampio risalto a ricerche, effettuate dal computer di famiglia, che avrebbero riguardato contenuti inerenti minorenni. Su questo punto, l’intervistato ha usato parole nette e categoriche, smentendo ogni addebito. Ha affermato, senza lasciare spazio a interpretazioni, di non aver mai condotto ricerche di carattere pornografico focalizzate su ragazzine tredicenni. Una smentita perentoria che mira a delegittimare una delle prove contestuali che contribuì a dipingere un certo ritratto dell’imputato agli occhi dei giurati.
Un caso che non smette di interrogare
La vicenda giudiziaria, conclusa sul piano formale con la condanna definitiva, continua a sollevare interrogativi in una parte dell’opinione pubblica e degli osservatori. L’apparizione in televisione di Bossetti, sebbene non possa modificare lo status legale della sentenza, riporta inevitabilmente alla memoria i passaggi più intricati delle indagini: dalle difficoltà iniziali nell’identificare un sospettato, fino alla svolta del Dna che portò all’arresto dell’uomo. Il suo appello, che invoca un ultimo, approfondito esame delle tracce biologiche rimaste, pone l’accento su ciò che, secondo la difesa, non sarebbe stato completamente esplorato. Resta, sullo sfondo, il ricordo di una ragazza uccisa e di una ferita aperta per una famiglia e per un intero paese, che attende ancora, dopo tutti questi anni, risposte percepite come definitive.




