Barcellona rientra nel sistema Uefa, la Superlega cambia strategia

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La stretta di mano, che giunge a una settimana di distanza da un pranzo in occasione dell’incontro di Champions League, sancisce la pace definitiva tra Nasser Al Khelaifi, patron del Paris Saint-Germain ma soprattutto presidente dell’Efc – l’associazione che ha sostituito la vecchia Eca – e Joan Laporta, numero uno del Barcellona. Il club blaugrana, che dopo il naufragio del progetto Superlega era rimasto fuori dall’organizzazione dei club europei insieme a Real Madrid e Juventus, fa così ritorno nel sistema Uefa, lasciando il Madrid come unico irriducibile fuori dalle logiche della riconciliazione. Un riavvicinamento che, se da un lato segna la fine di una frattura, dall’altro delinea un panorama in cui le grandi società cercano di influenzare dall’interno il futuro del calcio continentale, mentre la Serie A e le altre leghe nazionali osservano con apprensione queste dinamiche che potrebbero minare la stabilità dei tornei domestici.

Il nuovo volto del dialogo e le preoccupazioni dei campionati nazionali

La riconciliazione, maturata in un arco di tempo relativamente breve, non rappresenta una capitolazione bensì un cambio di strategia. Il pericolo immediato, infatti, non è più l’elitaria Superlega voluta da Florentino Perez – un progetto rivoluzionario, pianificato con la sua Visa Platinum e soffocato praticamente in culla nel 2021 – ma un dialogo più sottile e per certi versi più insidioso. La A22, la società che prova a tenere in vita l’idea originaria, sta infatti spingendo per un format nuovo, che prevede le 36 squadre qualificate divise in due gruppi da 18 in base al ranking Uefa, con una prima fase di match disputati esclusivamente tra formazioni dello stesso gruppo. Questo modello, che qualcuno definisce già “super-champions”, rischia di creare una competizione top sempre più riservata alle big, facendo tremare i campionati nazionali i quali, privati progressivamente del loro appeal e dei loro ricavi più sostanziosi, potrebbero vedere seriamente compromessa la loro sopravvivenza.

La posizione ufficiale dell'Uefa e le manovre sotterranee

Mentre dalla A22 fanno trapelare notizie di incontri con la massima istituzione calcistica europea, l’Uefa stessa smentisce con decisione qualsiasi contatto formale e, per il ciclo 2027-2030, non ha al momento intenzione di abbandonare l’attuale formato a girone unico da 36 squadre. Tuttavia, la volontà di massimizzare i ricavi della Champions League a partire dal 2027 è un dato di fatto e costituisce il vero motore di ogni trattativa, sia essa pubblica o condotta attraverso canali riservati. Le grandi società, con il loro rientro orchestrato, mirano evidentemente a ritagliarsi una fetta maggiore della torta finanziaria, spingendo per un torneo che garantisca un numero maggiore di scontri al alto livello e, di conseguenza, introiti televisivi e commerciali senza precedenti.

Un equilibrio precario per il futuro del calcio

Il ritorno del Barcellona, seguito da quello della Juventus avvenuto un anno fa all’insegna di una svolta societaria dopo le intricate inchieste giudiziarie e l’esclusione dalle coppe, lascia il Real Madrid come unico baluardo di quella che fu la ribellione originaria. Questo nuovo assetto, che vede la quasi totalità dei club influenti nuovamente riuniti sotto l’egida dell’Efc, crea un equilibrio precario. Da un lato, infatti, si scongiura – almeno formalmente – il pericolo di una scissione; dall’altro, si consolida un potere di lobby che può esercitare una pressione notevole sull’Uefa per modellare le competizioni europee secondo interessi sempre più concentrati, un processo che rischia di alterare in modo permanente l’ecosistema calcistico così come lo si è conosciuto finora.

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