Crisi del riciclo della plastica, l’Anci lancia l’sos al governo: «Rischio blocco raccolta differenziata»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Quello che sta succedendo nel settore del riciclo degli imballaggi in plastica, nonostante un apparente controsenso legato ai prezzi del petrolio, è una crisi che si sta facendo sempre più profonda. Il prezzo del greggio, infatti, ha subìto incrementi a causa delle tensioni internazionali, ma paradossalmente i prezzi dei polimeri vergini, quelli utilizzati per le produzioni di plastiche “nuove”, sono in discesa a causa di una sovraproduzione globale che ha riempito i magazzini delle industrie di raffinazione, le quali, per svuotarli, spingono questi materiali sul mercato a costi stracciati.

Una concorrenza che, di fatto, mette fuori gioco la plastica riciclata, il cui costo di produzione è strutturalmente più alto, e che rischia di innescare un cortocircuito devastante per l’intera filiera nazionale della raccolta differenziata.

L’allarme di Anci e Utilitalia: «Pressione insostenibile, servono misure urgenti»

In questo scenario di crescente difficoltà, l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani (Anci) e Utilitalia, la federazione che rappresenta le imprese dei servizi pubblici dell’acqua, dell'ambiente, dell'energia e del gas, hanno rotto gli indugi e hanno inviato una lettera al ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin. La missiva, come si apprende da fonti vicine ai due enti, ha un obiettivo preciso: chiedere l’istituzione di un tavolo permanente per il monitoraggio e il coordinamento della filiera del riciclo post-consumo.

Secondo quanto riportato, la situazione è ormai giudicata “non più sostenibile”, con un accumulo di rifiuti nei centri di conferimento e selezione che ha raggiunto livelli critici, minacciando la continuità del servizio e prospettando il rischio concreto di un blocco della raccolta in ampie zone del Paese.

I numeri di una crisi strutturale: utili azzerati e impianti fermi

La fotografia scattata dalle associazioni di categoria, come Assorimap e dai consorzi nazionali Corepla, Coripet e Conip, dipinge un quadro a tinte fosche. Si tratta, come sottolineato dagli stessi operatori, di una crisi strutturale che investe l’intero continente, sebbene in Italia, leader europeo per percentuale di riciclo pro capite, gli effetti siano particolarmente drammatici. Il settore, che conta circa 350 aziende in tutto il Paese, ha visto crollare gli utili di esercizio quasi a zero, con una proiezione che per l’anno in corso è addirittura negativa per molte realtà.

Per fare un esempio, gli utili delle imprese del riciclo sono scesi da livelli ben più alti a soli 7 milioni di euro nel 2023, e il dato è in ulteriore peggioramento. Le cause di questa emorragia finanziaria sono da ricercare nei costi dell’energia, che restano elevati, e nella concorrenza sleale delle importazioni di plastica, sia vergine che riciclata, proveniente da Paesi extra Unione Europea, che viene venduta a prezzi stracciati e senza gli stessi vincoli ambientali e qualitativi imposti alle aziende italiane.

Il paradosso della raccolta: più si raccoglie, più si perde

Il paradosso che attanaglia la filiera è stato efficacemente sintetizzato da Giorgio Quagliuolo, presidente di Corepla, che ha spiegato come "più raccogli e più perdi". Il problema è che il costo per riciclare la plastica è superiore al ricavato della vendita del materiale riciclato: per ogni 100 euro spesi nel processo di riciclo, se ne recuperano solo 50 o 60, a seconda del tipo di polimero. Questa differenza viene colmata dal contributo ambientale pagato dai produttori, ma non basta a coprire la crisi che sta investendo le frazioni meno nobili, come il misto poliolefinico.

La conseguenza pratica è che i centri di selezione sono stracarichi: 14.000 tonnellate al mese di materiale plastico, secondo le segnalazioni dei consorzi, non vengono più ritirate dai riciclatori, un quantitativo enorme se paragonato alle 4.000 tonnellate che fino a poco tempo fa restavano invendute per questioni logistiche. Per evitare il collasso, in alcuni casi si è persino deciso di avviare al recupero energetico migliaia di tonnellate di plastica, una soluzione che va in aperto contrasto con i principi di priorità della gestione dei rifiuti stabiliti dal Testo Unico Ambientale.

Le richieste al Mase: dalla tracciabilità ai crediti di carbonio

L’urgenza della situazione ha spinto le associazioni a formulare proposte concrete per scongiurare il blocco della raccolta differenziata. Tra le richieste avanzate, spicca quella di anticipare al 2027, rispetto al 2030 previsto, l’obbligatorietà dell’utilizzo di una quota minima di plastica riciclata negli imballaggi, una misura che creerebbe una domanda certa per le materie prime seconde.

Altre proposte includono il riconoscimento di crediti di carbonio per chi produce materiale riciclato, al fine di valorizzare il risparmio di emissioni di CO2 rispetto alla produzione di plastica vergine, nonché l’introduzione di maggiori controlli sulla tracciabilità delle importazioni per evitare che materiali di dubbia qualità e senza standard entrino nel mercato nazionale.

Anche il tema dei Criteri Ambientali Minimi (CAM) per gli appalti pubblici è al centro delle richieste, con l’obiettivo di spingere la pubblica amministrazione a fare la sua parte acquistando prodotti realizzati con materiali riciclati.

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