Il Texas fa causa a Netflix: accuse di sorveglianza sui minori e dipendenza da piattaforma

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   A dieci anni esatti dalla trasformazione da servizio di nicchia a fenomeno globale – quella famosa espansione che in un solo giorno portò l’intrattenimento in oltre 190 paesi – Netflix si trova ad affrontare una battaglia legale che scardina la sua immagine di "rifugio sicuro" dalla sorveglianza digitale. Il procuratore generale del Texas, Ken Paxton, ha depositato un’accusa formale presso il tribunale di Dallas sostenendo che la piattaforma, lungi dal limitarsi a proporre film e serie, avrebbe messo in piedi un vero e proprio programma di sorveglianza. L’accusa, contenuta in un documento di 59 pagine, è esplicita: "Quando guardi Netflix, Netflix guarda te".

Il meccanismo della raccolta dati e lo sfruttamento commerciale

Secondo quanto ricostruito nell’azione legale, Netflix non sarebbe l’oasi tecnologica che dichiara di essere, ma una gigantesca "società di logging" che registra miliardi di eventi comportamentali mentre, quasi in secondo piano, occasionalmente trasmette contenuti in streaming. Ogni interazione sulla piattaforma – dalle ricerche ai titoli su cui ci si sofferma, dalle pause al volume di riproduzione – diventerebbe un punto dati in grado di rivelare abitudini, preferenze e persino dettagli sulla composizione del nucleo familiare. La denuncia cita le dichiarazioni pubbliche dell'ex amministratore delegato Reed Hastings, il quale assicurò nel 2020 che "non raccogliamo nulla", differenziando così l’azienda da colossi come Amazon e Google per poi, a partire dal 2022 (con l’avvio del business pubblicitario), iniziare a monetizzare quelle stesse informazioni. Paxton sostiene che questi dati vengano oggi ceduti a broker commerciali e società di advertising tecnologico, fruttando all’azienda miliardi di dollari all’anno.

L’ingegneria della dipendenza e il caso degli account dei minori

La contestazione non si limita alla mera raccolta di informazioni; tocca anche l’architettura psicologica della piattaforma, ritenuta colpevole di sfruttare i cosiddetti *dark patterns* (schemi occulti di manipolazione). Tra questi, l’accusa evidenzia la funzione di riproduzione automatica, attiva di default anche sui profili dei bambini, descritta come una "morsa" progettata per tenere gli spettatori incollati allo schermo senza soluzione di continuità. L’obiettivo, secondo l’incartamento, sarebbe duplice: creare dipendenza – soprattutto tra i più giovani – per aumentare i minuti di visione e, contestualmente, estrarre una quantità maggiore di informazioni comportamentali da monetizzare. Il procuratore generale ha richiesto che la piattaforma sia costretta a disattivare questa funzione sui profili infantili e che vengano bonificati tutti i dati raccolti in modo giudicato illecito.

La strategia difensiva e i precedenti legali nel settore tecnologico

La replica del colosso non si è fatta attendere e ha assunto toni netti: la causa è stata definita "priva di fondamento" e basata su "informazioni distorte e inaccurate". In una nota ufficiale, Netflix ha ribadito di prendere sul serio la privacy dei propri membri e di ottemperare a tutte le leggi sulla protezione dei dati nelle giurisdizioni in cui opera, sottolineando la presenza di soliti controlli parentali di settore. La querelle giudiziaria si inserisce in un filone legale già battuto contro altre grandi piattaforme tecnologiche; recentemente, giurie di altri stati hanno ritenuto Meta e YouTube responsabili per la progettazione di prodotti ritenuti intrinsecamente dannosi. Paxton chiede ora di applicare lo stesso principio alla legge texana contro le pratiche commerciali ingannevoli, mirando a ottenere sanzioni civili fino a diecimila dollari per ogni violazione accertata.

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