«Siamo vivi per miracolo». A Lecco la testimonianza di Gaza portata da Caritas Gerusalemme
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Redazione Interno
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Trecentocinquanta persone hanno riempito l’auditorium della Casa dell’Economia di Lecco lunedì sera, e il silenzio che accompagnava le parole dei due ospiti, arrivate dopo un viaggio che dalla Terra Santa si è interrotto per una sera in Lombardia, era quello che si riserva alle cose preziose. Caritas Ambrosiana, insieme all’articolazione zonale di Lecco, aveva organizzato l’incontro per dare voce ad Anton Asfar, segretario generale di Caritas Gerusalemme, e a Fatena Mohanna, che fino a un mese fa viveva e lavorava nella Striscia, dove l’organizzazione mantiene ancora circa duecento operatori. Non si trattava di una conferenza, e nemmeno di una raccolta fondi mascherata da dibattito, quanto piuttosto del passaggio di una consegna: Asfar e Mohanna hanno raccontato ciò che accade quando il diritto internazionale viene sospeso e gli ospedali, quelli che restano in piedi, funzionano a generatori di fortuna. Il giornalista Paolo Brivio, che conosce le dinamiche della cooperazione internazionale per averne seguito i progetti nei Balcani e in Africa, ha condotto il dialogo senza retorica, lasciando che fossero i numeri e i nomi dei luoghi — Gaza city, Jenin, la Cisgiordania — a occupare lo spazio.
L’assedio burocratico e la natura giuridica di un’opera ecclesiastica
L’incontro di Lecco è avvenuto in un contesto che, per chi opera nella regione, è divenuto progressivamente più asfittico. Le autorità israeliane avevano comunicato, all’inizio di gennaio, la sospensione delle autorizzazioni per trentasette organizzazioni umanitarie attive nella Striscia, adducendo il mancato adeguamento a nuovi requisiti che includono la disclosure dettagliata del personale palestinese e delle fonti di finanziamento -4-10. Tra gli enti colpiti figurano agenzie del calibro di Medici Senza Frontiere e Oxfam, ma Caritas Gerusalemme, come ha chiarito il suo advisor per gli affari pubblici e governativi, Farid Jubran, non rientra in quella lista per una ragione sostanziale e non solo procedurale: non è una ong soggetta a registrazione, bensì una persona giuridica ecclesiastica riconosciuta dallo Stato di Israele in virtù degli accordi bilaterali tra Santa Sede e Stato d’Israele del 1993 e del 1997 -4. Asfar, nel corso della serata lecchese, ha ribadito che la loro opera non è mai stata interrotta proprio perché fondata su questo statuto peculiare, che li colloca al di fuori delle maglie del nuovo regolamento transitorio, eppure ha anche lasciato intendere — senza scivolare nella denuncia politica — che la pressione sugli operatori resta costante e che la possibilità stessa di muoversi dentro e fuori la Striscia è oggetto di continue rinegoziazioni.
L’ordinario dell’emergenza: latte artificiale e unità mobili
Non c’è nulla di epico, nel racconto di Fatena Mohanna, se non la caparbietà con cui descrive la distribuzione di diecimila confezioni di latte artificiale avvenuta nei giorni immediatamente successivi al cessate il fuoco, quando la maggior parte delle agenzie internazionali non era ancora riuscita a riattivare la logistica -9. Era ottobre, allora, e Caritas Gerusalemme — sostenuta da Caritas Italiana — aveva già mobilitato le équipe mediche per raggiungere i bambini che i mesi di guerra avevano lasciato denutriti e le madri senza possibilità di allattare. A Lecco, Mohanna ha portato con sé il ricordo di quel latte come metafora di una sopravvivenza che si costruisce un grammo alla volta. Matteo Amigoni, responsabile del settore internazionale di Caritas Ambrosiana, ha aggiornato i presenti sul progetto che stanno tentando di avviare proprio a Gaza city, una nuova unità mobile per l’assistenza medica e psicologica con un focus materno-infantile, un servizio che nella attuale devastazione delle infrastrutture sanitarie assume il carattere di un presidio di civiltà più che di un mero intervento umanitario -1.
Il cortocircuito della sovranità e i frammenti di speranza
La serata si è chiusa con un intervento del sindaco di Lecco, Mauro Gattinoni, reduce da un viaggio a Betlemme, e con una constatazione che Asfar ha affidato a una frase asciutta: il lavoro di Caritas Gerusalemme non si ferma perché il loro mandato non è negoziabile. Resta il fatto, ed è emerso dalle domande del pubblico, che decine di altre organizzazioni umanitarie si sono viste negare la possibilità di operare, e che la qualifica di «persona giuridica ecclesiastica» protegge loro ma non i pazienti che muoiono perché altre cliniche hanno chiuso. La Casa dell’Economia, per una sera, ha smesso di essere semplicemente un indirizzo di Lecco ed è diventata il terminale di una linea che parte dai valichi di Kerem Shalom e arriva fino ai tavoli della diplomazia vaticana, quella stessa diplomazia che nel 1993 firmò accordi oggi rivelatisi, per alcuni, uno scudo contro la discrezionalità amministrativa di un governo bellico. I trecentocinquanta presenti sono usciti con il numero di conto corrente per sostenere l’unità mobile e con la voce di Fatena ancora in testa: lei, nata a Gaza, ci è tornata finché ha potuto, e adesso che è qui a raccontarlo, i suoi colleghi sono rimasti lì.




