Achille Costacurta, dalla spirale degli errori al sogno di un centro per disabili
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Achille Costacurta, ripercorrendo gli anni della sua adolescenza, descrive un percorso segnato da un profondo disagio, nel quale la notorietà dei genitori – Alessandro Costacurta e Martina Colombari – è progressivamente mutata da stimolo a un fardello difficile da sostenere. «Al primo anno di liceo fumavo hashish tutti i giorni», ha raccontato, indicando così l’inizio di una deriva che lo avrebbe condotto, attraverso un uso massiccio di sostanze stupefacenti e psicofarmaci, a sette trattamenti sanitari obbligatori e a continui trasferimenti tra diverse strutture di recupero. Quella che era iniziata come una fuga si è trasformata in una prigione, culminata in un disperato tentativo di porre fine alla propria vita, episodio di cui parla con un realismo che lascia senza fiato: «Ho preso sette boccette di metadone, non so come non sia morto». Una dichiarazione che, nella sua crudezza, racchiude tutto l’abisso di un periodo che sembrava senza via d’uscita.
Il punto di svolta in una clinica svizzera
Il cambiamento radicale, quello che lui stesso definisce una rinascita, è giunto nel maggio del 2025 durante un ricovero in una clinica specializzata in Svizzera. È stato lì, lontano dai riflettori che da sempre hanno accompagnato la sua famiglia, che ha trovato gli strumenti e la forza per affrontare le radici del suo malessere. Quel percorso, impegnativo e doloroso, gli ha permesso di acquisire una consapevolezza inedita sul proprio passato, al punto da arrivare a formulare un pensiero paradossale: «Se non avessi commesso quegli errori non avrei capito tante cose, anzi per certi versi penso: “Meno male che mi è successo tutto questo a 20 anni e non a 50”». Una riflessione che trasforma l’esperienza del dolore in una lezione preziosa, sebbene pagata a caro prezzo, e che segna il distacco definitivo dalla persona che era.
La nuova vita tra studi e un progetto concreto
Oggi, a 21 anni, Achille Costacurta sta costruendo la sua esistenza su basi completamente diverse. Dopo aver affrontato e superato la dipendenza, si dedica con determinazione allo studio per conseguire il diploma di maturità, un traguardo che rappresenta simbolicamente la riconquista di un futuro normale. Ma la sua visione va oltre l’orizzonte personale. Ha infatti maturato un desiderio preciso, che parla di altruismo e di un profondo bisogno di restituire senso alla propria esperienza: «Sogno di aprire un centro per ragazzi disabili». Un progetto ambizioso, nato dalla sofferenza e dalla volontà di trasformarla in uno strumento di aiuto per gli altri, che disegna per lui una prospettiva di impegno sociale concreto.
Il racconto pubblico e il peso di un cognome
La decisione di parlare apertamente della sua storia, come ha fatto in un’intervista al Corriere della Sera e in una successiva apparizione a “Verissimo”, non è casuale. Achille Costacurta ha scelto di rompere il silenzio che spesso circonda le fragilità psichiche e le dipendenze, affrontando pubblicamente anche il complesso rapporto con l’essere figlio di personaggi così celebri. Il suo racconto, che evita con cura qualsiasi tono autoassolutorio, si concentra sui fatti e sugli stati d’animo di quel periodo, senza indugiare in dettagli superflui o in facili sentimentalismi. Descrive, piuttosto, la fatica di trovare la propria identità all’ombra di un cognome noto a tutti, un percorso che molti figli di famiglie sotto i riflettori conoscono bene, ma che nel suo caso ha assunto contorni particolarmente drammatici.




