Pensioni, cresce il conto dei contributi volontari: nel 2026 servono (almeno) 4.200 euro

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Si fa più salato il costo per quei lavoratori che, avendo interrotto o sospeso la propria attività, scelgono di versare di tasca propria i contributi previdenziali per non lasciare scoperta la loro posizione assicurativa. L’Istituto nazionale della previdenza sociale, con la circolare numero 27 pubblicata l’11 marzo, ha infatti aggiornato le tabelle contributive per l’anno in corso, introducendo un aumento che riguarda i dipendenti, gli autonomi e gli iscritti alla Gestione separata. L’adeguamento, legato alla variazione dell’indice Istat dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati, pari all’1,4 per cento registrato nel 2025, porta la spesa minima annua per la prosecuzione volontaria a circa 4.200 euro, una cifra in rialzo rispetto ai 4.141 euro che erano richiesti nel 2025.

Il calcolo per i dipendenti e l’importo minimo settimanale

Per chi proviene da un rapporto di lavoro dipendente e ha ottenuto l’autorizzazione a versare i contributi volontari, l’onere economico non è uguale per tutti, dipendendo dalla retribuzione che si percepiva nell’ultimo periodo di attività, quella sulla quale si applica poi l’aliquota contributiva prevista. Quest’ultima, per gli ex dipendenti, è pari al 27,87 per cento se l’autorizzazione risale a prima del 31 dicembre 1995, mentre sale al 33 per cento per le autorizzazioni successive a quella data. Esiste comunque un minimale di retribuzione settimanale stabilito dalla legge, e per il 2026 questo è stato fissato a 244,74 euro; ciò significa, spiega l’Inps, che il contributo dovuto non può in ogni caso essere inferiore a 80,76 euro a settimana, una soglia che porta il totale annuo a toccare appunto i 4.199,74 euro.

Artigiani e commercianti, regole più datate ma aliquote in linea

Un meccanismo in parte diverso è invece quello che regola la contribuzione volontaria per i lavoratori autonomi iscritti alle gestioni degli artigiani e dei commercianti, i quali continuano a fare riferimento a una normativa più risalente, quella della legge numero 233 del 1990. Per determinare quanto versare, l’interessato viene assegnato a una di otto classi di reddito, e la scelta avviene sulla base del reddito medio mensile che si è prodotto negli ultimi tre anni di effettiva attività. Le aliquote contributive per il 2026, precisa la circolare, sono state confermate nella misura del 24 per cento per gli artigiani e del 24,48 per cento per i commercianti, quest’ultima ormai allineata a quella prevista per i collaboratori con meno di ventun anni.

Gestione separata, il conto più salato per professionisti e partite Iva

Ancora più oneroso si presenta il versamento volontario per chi è iscritto alla Gestione separata, un comparto che interessa in particolare i lavoratori parasubordinati e i professionisti senza partita Iva. Per questi soggetti, l’aliquota previdenziale da applicare è quella piena, pari al 33 per cento, che scende al 25 per cento per i titolari di partita Iva che non abbiano altra tutela pensionistica. Considerato che il reddito minimale da prendere a riferimento per l’accredito contributivo rimane fissato a 18.808 euro, i versamenti volontari non possono scendere sotto una certa soglia: si parla di 4.702,08 euro annui per i professionisti con partita Iva, una cifra che sale sensibilmente fino a 6.206,64 euro annui per gli altri iscritti a questa gestione, quelli cioè che non godono della riduzione di aliquota.

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